Cime Tempestose – Emily Bronte

Stavo facendo una recensione di Venetia di Georgette Heyer ma mi sono bloccata. Leggo poche cose nuove (mi sono appena riletta TUTTA Miss Black) e in questo particolare periodo ho dei cazzi per la testa che mi impediscono di concentrarmi pienamente sulla lettura. Bei cazzi, per carità. Avercene di cazzi così. Ben proporzionati, belli da vedere, nuovi da sperimentare….
Si beh. Non che ve ne freghi qualcosa.
Ma tra un pensiero e l’altro sono incappata nel lato oscuro del Romance, ossia uno dei libri con un concentrato di cattiveria e barbarie impressionante. Lui; il semplicemente adorabile “Cime Tempestose”.

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La Trama: Il romanzo di Emily Brontë narra la storia di Heathcliff, del suo amore per Catherine, e di come questa passione alla fine li distrugga entrambi.

Ed ora la parola alla giurata

Se Jane Eyre è l’antesignano di tutti gli Harmony, Cime Tempestose è il lato oscuro del Romance. E quando dico oscuro, intendo quelle passioni malate, distorte, insalubri che portano solo morte e distruzione. Dio…. quanto amo questo libro.

La prima volta che mi approccio all’impronunciabile Wuthering Heights, ho circa quindici anni e sto uscendo a fatica dall’infatuazione per Edward Rochester. Potete immaginarvi senza fatica lo shock emotivo nel trovarmi di fronte ad un eroe che è l’antieroe di se stesso, un uomo brutale, vendicativo, cattivo fino al midollo, capace di passioni violente e inarrestabili e di gesti ingiustificabili che non hanno fatto altro che alimentare le mie fantasie adolescenziali, spingendomi, per il resto della vita, a cercare un bagliore Heathcliffiano negli uomini che ho conosciuto.

E’ difatti noto all’umanità che se devo scegliere tra l’eroe senza macchia  e senza paura ed un bastardo che, quasi sicuramente, maltratterà la nostra eroina prima di arrendersi all’Ammmore, io sceglierò sempre e comunque il secondo, senza ombra di dubbio. Altrimenti come spieghereste la mia passione per gentaglia come Christopher o Guy? Sì, è solo colpa di quel grandissimo infame di Heathcliff e della sua fottutissima cattiveria non poi così gratuita se con me il bastardo ha sempre avuto vita facile.

Ma passiamo a noi.

Primo: se proprio dovete guardare una trasposizione cinematografica scegliete quella attempata con Laurence Olivier. Per dio; evitate come la peste l’imbarazzante versione Rai caratterizzata da Alessio Boni con un castoro morto in testa e saltate a piè pari quella con Ralph Finnes e nonricordopiùchialtro perchè a me è partito il fottone dopo dieci minuti.

Secondo: Alla tizia che nelle recensioni Amazon ha scritto “libro noioso, lento….” e via dicendo farei leggere a ripetizione “I Malavoglia” rigorosamente in ginocchio sui ceci.

Ma passiamo a noi (e due)…

Nella sperduta campagna inglese vive una famiglia composta da mamma, papà e due figli viziatissimi. Un giorno il padre va in viaggio e al ritorno si trascina dietro un sudicio bambino (e NESSUNO riesce a togliermi dalla testa che sia il suo figlio bastardo avuto da quale prostituta di origine mediterranea). Fatto sta che il bimbo in questione si dimostra abituato agli abusi e piuttosto coriaceo nel carattere. Paparino ha una spiccatissima predilezione per il bastardello e la giovane, viziata, insopportabile Catherine, comincia a nutrite un affetto sospetto per il moro trovatello.

Quando il vecchio schiatta, il figlio Hindley diventa proprietario della tenuta e comincia a tiranneggiare il povero, bello, sicuramente superdotato Heathcliff, mandandolo a fare i peggio lavori ed inasprendo così un carattere già ai limiti del sociopatico.

Una sera mentre il bastradello e la viziatona stanno spiando i ricchi vicini di casa (notare che viene specificato come ridano di loro), vengono scoperti e a seguito dell’aizzamento dei cani contro gli intrusi, la viziatella viene ferita. Quando si rendono conto di chi hanno tra le mani, cominciano a trattarla da “little Princess” mentre scacciano il povero Heathcliff manco fosse il figlio del figlio della serva.

Da questo momento in poi assisteremo alla lenta ed inesorabile discesa negli inferi.

Catherine non farà altro che esaltare quei pappamolle dei Linton facendo morire dentro Heathcliff, ed essendo sempre stata vittima di vanità e aspirazione alla ricchezza, comincerà a comportarsi da piccola puttanella altolocata. Il bastardello verrà lasciato da parte sempre più spesso fino al giorno in cui, origliando, sentirà Catherine dire alla domestica che “non potrà mai stare con un buzzurro come Heathcliff e che si vergogna di lui”.

Ed ecco il BM di tutta la storia.

Heathcliff, ascoltate queste parole poco lusinghiere fugge e non rimane a sufficienza ad origliare per sentire la puttanella cosmica dichiarare “Io lo amo, siamo affini, mi conosce meglio di chiunque altro, non posso pensare ad un’esistenza senza di lui” ed altre smielate del genere.
Dopo aver fatto outing con la domestica, si scopre la fuga di Heathcliff e Catherine ne rimane talmente sconvolta da sposare il giovane, noioso, molle, antipatico erede dei Linton.

Tre anni dopo (Minchia 3 anni !!!) un gran figo si affaccia in quel della landa desolata. E’ lui. Il vendicativo Heathcliff che ha passato il tempo acculturandosi, ripulendosi, infighendosi e accumulando denaro [scommetto la mia tetta sinistra che ha fatto il tutto in modo illegale]. Torna a casa, sottrae l’antica magione all’odiatissimo Hindley che ormai è uno sbevazzone dedito al gioco e poi si presenta a casa Linton per dimostrare quanto sia notevolmente figo. Catherine per poco non ci rimane secca e quella cretina, superficiale, stupida della sorella di Edgar: Isabella, si invaghisce del bel tenebroso al punto di convincersi che lui la ami…. ahahahahhahahahaha… mio dio Isabella, sei la vergogna del nostro sesso. Ma non lo sai che uomini come Heathcliff amano una sola volta ed è per sempre? Ma dico io !!!! E’ l’ABC delle relazioni con un sociopatico.

Cmq. Catherine insiste nel cercare di convincere Isabella che il figaccione non la ama proprio per un cazzo e anzi, che le fa la corte solo per indispettire Edgar e per far soffrire lei. Purtroppo Catherine non conosceva la sottile arte della psicologia inversa e con il suo maniacale impegno nel dissuadere la cognata, non fa altro che spingerla tra le braccia e nel letto dell’amato Heathcliff. Una volta sposati, lui la maltratta psico-fisicamente e voi donnicciuole che leggete di uomini dominanti e brutali, finchè non avete letto questo libro non potete avere idea di cosa significhi la parola prevaricazione.

A questo punto Catherine è praticamente sull’orlo dell’esaurimento nervoso, oltre ad essere, ovviamente, gravida. Ama ancora appassionatamente e visceralmente il bastardello e lui è sempre più crudele con tutti, cosa che la fa soffrire perchè vogliono farci credere che, in fondo, lei sia una pura di cuore. Mentre giace quasi sul letto di morte, con il pancione al nono mese, Heathcliff corre da lei ed in una scena straziantissima i due ex fratellastri, ex amanti, ex rivali, si dichiarano eterno amore. Poi lei mette al mondo una splendida bambina e schiatta.

Se possibile, Heathcliff peggiora sensibilmente e schiavizza chiunque. Sua moglie, il figlio, il figlio di Hindley e la figlia di Catherine e anche i cani. Tutti vittime della profonda infelicità di quest’uomo. Ed il fatto che io provi per lui una certa compassione e che lo reputi a tutti gli effetti l’Eroe degli Antieroi, la dice lunga su quanto abbia bisogno di un aiuto psicologico.

Poi certo, qui siamo solo a metà libro e di cose ne devono succedere un botto, ma riguardano la storia tra Hareton (figlio di Hindley) e Catherine Jr., è un pappone atto a dimostrarci come le cose tra Heathcliff e Catherine avrebbero potuto essere se il destino non fosse stato avverso e a noi, della versione edulcorata della storia, non frega assolutamente niente.

Finirà bene?
NO, cazzo !!!! E’ uno dei motivi che mi fa amare questo libro oltre ogni immaginazione.
Finisce con Heathcliff che ossessionato dal fantasma di Catherine, fugge di casa disperato, va al cimitero, dissotterra quel che resta della sua amata e poi viene trovato defunto nel suo letto, così decidono di seppellirlo vicino alla sua adorata zoccoletta.

Ah, che bella storia d’amore.
Triste, disperata, avvilente, degradante, mortificante…. eppure così perfetta. Nell’immaginario collettivo, infatti, questa storia dominata da passioni violente, gelosie estreme, atti di egoismo al limite del tollerabile, prevaricazioni di ogni tipo e soprattutto da testardaggine infinita, è considerata una Grande Storia d’Amore.
E non sia mai che io mi discosti dall’immaginario collettivo.

Io ci sguazzo nell’immaginario collettivo.

Ma non voglio chiudere senza dirvi che io considero Catherine una donna insopportabile. Vanitosa, vittima dell’idolatria della ricchezza, superficiale, accentratrice e soprattutto la causa di tutti i mali del mio povero, sensibile Heathcliff.

In poche parole

Out on the winding, windy moors we’d roll and fall in green. You had a temper, like my jealousy too hot, too greedy. How could you leave me? When I needed to possess you?
I hated you, I loved you too (K. Bush)

Poschina

Lemonade – Nina Pennacchi

Lemonade è un libro controverso. Affermazione apodittica direte voi. Beh certo, siamo nel mio blog! A breve sciorinerò l’ennesima recensione speciosa ma mai capziosa, che voi leggerete per puro diletto, godendo in segreto della mia ben nota vis pugnandi.

No, non spaventatevi piccoli miei. Sono sempre io, ho solo voluto dimostrare a me stessa e al boss di essere in grado di usare parole “colte” e non il solo il mio caratteristico linguaggio da strada. Missone compiuta? Sì. E lo dico con un certo orgoglio….

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La Trama: “La limonata è la bevanda più innocua e salutare di ogni sala da ballo…” 
(The London Magazine, 3 luglio 1826) 

Beh, forse potrà essere vero a Londra, ma nelle campagne del Kent la limonata nasconde inaspettati pericoli; e il bellissimo e arrogante Christopher Davenport, giunto a Coxton in cerca di vendetta, sta per scoprirlo a sue spese… 

Innocua, la limonata? Se lo dite, per piacere, non fatevi sentire da Anna Champion. A causa dell’infida bevanda la sua vita è stata sconvolta, e ora ha un nemico, un nemico implacabile con occhi d’angelo e anima dannata. Tra picche e ripicche, schiaffi e baci rubati, l’attrazione tra i due cresce inconfessata e travolgente. E quando a Coxton si comincia a vociferare di un fidanzamento tra Anna e un ricco possidente, Christopher decide di strapparla al rivale con ogni mezzo… anche il più infame.

Ed ora la parola alla giurata

Lemonade è un libro controverso. Lo si ama o lo si odia. Raramente qualcuno ha il coraggio di stare in mezzo.
Io appartengo alla prima categoria.

Ho amato Lemonade per diversi motivi, il primo dei quali è che è scritto bene. Due, tre spanne sopra la media. Il secondo è che, a differenza del 99,8% dei romance, i personaggi principali non sono eroi/eroine senza macchia e senza paura, donne coraggiose oltre ogni logica, uomini fantasmagorici completamente irrealistici.

Christopher Davenport è l’eroe del romanzo e contemporaneamente l’antieroe di se stesso. Spietato, deplorevole, cinico, arrogante, imperdonabile, spesso letteralmente disgustoso.

Eppure.

Christopher Davenport è un uomo solo, disperato, bisognoso di affetto, anzi, alla disperata ricerca di qualcuno che lo ami, disposto a fare qualsiasi cosa pur di non farsi portare via l’unica persona che abbia attirato il suo interesse da non si sa quanto tempo a questa parte.

Christopher Davenport è puro istinto. Negli affari agisce da freddo calcolatore ma se si parla di rapporti interpersonali è solo ed esclusivamente istinto. Agisce, poi pensa. Agisce, nonostante il cervello gli dica di fermarsi. Agisce perchè è l’unica cosa che sa fare.

Christopher ha un piano. Un piano di vendetta (come dargli torto) che ha elaborato anni addietro e che ha maniacalmente seguito fino ad oggi, quando per puro sbaglio incontra anzi, si scontra, con Anna, ragazza povera, ordinaria, non particolarmente brillante in società, ma dotata di una straordinaria capacità di contrastarlo e di non farsi intimidire.

Anna lo detesta immediatamente. Contro ogni avvertimento del suo cervello, che le fa costantemente notare quanto quell’uomo imponente sia palesemente pericoloso, non può esimersi dal contrastarlo, dal provocarlo, dal non cedere di fronte alle sue prevaricazioni.

Lemonade è un libro che parla del fallimento. Della fatica che spesso si fa per ottenere un risultato per poi rendersi conto che, nonostante tutto, non arriverà mai. Lemonade parla dell’incapacità di un uomo di amare. O meglio, dell’incapacità di un uomo di dimostrare i propri sentimenti senza prevaricare, ferire, torturare. Lemonade ci fa vedere senza pudore i risultati di un’infanzia brutale. Ci porta dritti nell’inferno personale di Christopher ( e di conseguenza di Anna) mostrandoci il peggio di un uomo e dandoci solo una piccola, infinitesimale ma fondamentale speranza per il futuro.

Ora non voglio spoilerare ma mi sembra corretto avvertire chi voglia leggerlo che il romanzo contiene una scena di stupro, scritta in modo che al lettore non venga nascosto nulla. E’ brutale, realistica, fastidiosa. Ma perfettamente “in character”.
Grazie a questa scena, per nulla gratuita, capiamo tutto quello che c’è da sapere su Christopher. La sua disperazione, la sua solitudine, la sua follia, il suo bisogno di avere e, in un modo contorto e non proprio usuale, di amare.

Se Anna può sembrare a volte “senza palle” dobbiamo ricordarci che a differenza di quanto leggiamo solitamente nei romance storici, nell’Ottocento le donne non avevano alcuna voce in capitolo. Non valevano nulla, non contavano nulla, non avevano alternative concrete al matrimonio. Erano semplicemente delle fattrici, utili solo a generare eredi e mantenere o innalzare lo status sociale della famiglia.
A fronte di queste considerazioni, l’atteggiamento di Anna è perfettamente coerente e comprensibile. Oltretutto non possiamo dimenticare che nonostante tutto, sin dall’inizio, Anna vede in Christopher quel qualcosa che lui non sa nemmeno di avere.

Non è la classica storia d’amore con l’eroe drammaticamente segnato dal suo triste passato, ma capace di controllarsi e trattare la donna amata come un fiore prezioso. No. E’ una storia d’amore nella quale sin dall’inizio si innesca una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro. E’ una guerra. La guerra di Christopher che, per esorcizzare il suo passato, sarebbe capace (è capace) di passare su tutto e tutti. Ed è una storia d’amore che comincia violenta, incompresa, brutale, completamente folle, fondata sulla prevaricazione e sulla violenza, per poi lentamente retrocedere passo dopo passo fino all’epilogo, che coincide con un fallimento bruciante.

Un fallimento che è catarsi.

Un fallimento che spegne il sacro fuoco che alimentava Christopher, lasciandolo completamente svuotato, vulnerabile, libero.

Lemonade non ha un eroe che fa battere il cuore, non ha un’eroina nella quale è piacevole identificarsi, ma è fottutamente vero. Mancano completamente tutti gli espedienti che edulcorano la realtà. Lemonade ci sbatte in faccia solo la verità ossia che la vita è spesso crudele, esasperante, sfiancante e che il matrimonio non è solo zucchero filato ma spesso e volentieri una corona di spine.

Dobbiamo dire grazie ad un’autrice che ha avuto il coraggio di scrivere una storia non facile, non banale, non rassicurante. Dobbiamo fare lo sforzo di non focalizzarci su quattro brutali pagine dimenticando le altre 300, perchè faremmo un torto imperdonabile ad un libro che ha la sola colpa di non volerci dipingere il mondo per qualcosa che non è. Ma si sa, spesso la verità è troppo scomoda per essere accettata e celebrata.

Ogni capitolo è introdotto da un aforisma che ci aiuta a capire il fulcro degli avvenimenti; aforismi perfetti, tutti meravigliosi e azzeccatissimi.
A tutti i personaggi è dedicata la giusta attenzione. Ben caratterizzati, delineati, spesso capaci di stupirci.

Dopo aver letto Lemonade non posso esimermi dal leggere Capitan Swing sperando che non deluda le mie ormai alte aspettative.

In poche parole

Un eroe che è antieroe, un amore che è prevaricazione, un fallimento che è vittoria.

Poschina