Dita come farfalle – Rebecca Quasi

Non avevo mai letto nulla di Rebecca Quasi.
Non so perchè, ne parlano tutti bene…anzi, benissimo.
Ma io sono così, i libri mi devono chiamare e alla fine….dopo molto tempo e diversi tentennamenti, questo libro mi ha chiamata ed io ho risposto.

La Trama: Per Lady Caroline Webster, figlia del duca di Clarendon, è naturale sposare per convenienza James Cavendish, duca di Rothsay. E non trova nulla di anormale nemmeno nell’essere del tutto ignorata da lui dopo le nozze. Del resto, unico scopo della loro unione è il mantenimento del casato e il concepimento di un erede, obiettivo che richiede sporadica e taciturna applicazione.
Il tranquillo menage precipita quando, in seguito a un aborto spontaneo, Caroline scopre che suo marito non è l’uomo freddo e posato che si è sforzato di apparire.

Ed ora la parola alla giurata _ SPOILER

Se c’è una cosa che invidio in modo assurdo è la capacità di alcuni autori di avere una scrittura delicata come una piuma. Quelle parole che scorrono soavi una dopo l’altra e che ti fanno pensare che potresti andare avanti a leggere all’infinito. Rebecca Quasi, quantomeno in Dita come farfalle, esercita questo dono in modo esemplare.

E io, in questa leggiadria, ci ho sguazzato alla grande e me la sono goduta virgola dopo virgola. Soprattutto perchè nonostante i toni morbidi ed i colori pastello il libro è di una brutalità disarmante. Dimenticatevi duchi e duchesse che avete letto fino ad ora in queste pagine, scordatevi di trovare quel “ton” sfarzoso e brillante che accompagna balli e cavalcate in riva alla Serpentine, cancellate dalla vostra mente libertini e dissoluti eredi pronti a rinunciare a tutto per una donzella apparentemente docile che in realtà è una manager d’azienda moderna sotto mentite spoglie.

Qui siamo di fronte ad una spietata rappresentazione di quello che erano i rapporti di coppia nell’Inghilterra ottocentesca, Caroline e James si sposano per convenienza, si sposano senza avere alcuna aspettativa da questa unione se non il generare un erede entro tempi brevi. Si sposano senza affetto, senza amore e senza rispetto. Si sposano perchè va fatto e il rispetto delle regole è tutto.

Dal momento della fatidica proposta in poi il libro è pervaso da una sottile e penetrante tristezza che sarebbe in grado di far commuovere una roccia ed è  inutile dirvi che io, afflitta ormai dal gene della commozione spontanea, ho versato qualche timida lacrima. La prima parte della storia si concentra sulla solitudine di una donna che si rende conto di essere completamente indifferente al marito. Sulla lenta ma inesorabile consapevolezza di non valere nulla, di non essere nulla se non un bell’oggetto comprato per decorare ma che non si merita nemmeno l’attenzione di uno sguardo. Da brava futura duchessa, Caroline è tutta compostezza e decoro, impeccabile, altera, posata, controllata, ingabbiata, sola. Ma non sola perchè vuole esserlo, bensì perchè viene costantemente abbandonata.

E questa solitudine, questo abbandono, questa inesorabile tristezza, noi lettori li sentiamo tutti e li viviamo insieme a questa giovane donna alla quale non è mai stato permesso di essere se stessa. Mai. Anzi, alla quale è stato proibito qualsiasi anelito di personalità, tutto deve essere funzionale al ruolo, non devi aspettarti gioia, complicità, amore ma solo doveri, doveri, doveri.

Qualcosa però, ad un certo punto, si incrina e la vera Caroline non riesce più a nascondersi e sboccia dimostrandosi ben poco malleabile, piuttosto risoluta e decisamente cocciuta. Complici di questo cambiamento repentino (ma non eccessivamente, le avvisaglie di questa esplosione vengono seminate per tutto il libro, a partire da piccoli gesti e delicate provocazioni) un aborto spontaneo e la scoperta della doppia vita del marito, che lei credeva un pezzo di ghiaccio incapace di provare sentimenti e che invece scopre essere tutto emozioni e passione.

Il rapporto tra Caroline e James da freddo e asettico si trasforma in un percorso di conoscenza, non sempre facile, non privo di dolore ma che passo dopo passo li porta, nonostante fossero stati educati a reprimere il proprio io, ad uscire allo scoperto con risultati sorprendenti; un inno al seguire se stessi e ad aprirsi al mondo indipendentemente dalle sue regole, anzi…..proprio infrangendole e piegandole al proprio volere.

Ma veniamo ai tasti dolenti…oddio…
Al tasto dolente, che poi non è poi così dolente e non è nemmeno un tasto tanto grosso….facciamo un tastino.
Caroline è quasi priva di difetti: compassionevole, decisa, arguta, forte, bella, sensuale, appassionata, intelligente e chi più ne ha più ne metta. Mi duole ammettere che forse è un pochino troppo. Cocciuta ma in senso positivo, risoluta ma sempre a fin di bene, arpia ma con classe… e che cazzo…solo io sono piena di difetti di vario genere? Uffa.

Ma fossero questi i problemi.
Fossero queste inezie a farmi sbroccare…. no. Non ho sbroccato. Anzi. Mi è proprio piaciuto.
E, mi duole ammetterlo, ho letto forse il più bell’epilogo di sempre.

Tutte voi….e sottolineo tutte, sapete quanto io detesti gli epiloghi e l’interminabile elenco di figli, nipoti, gioie e gaudi vari che hanno riempito la vita dei due stucchevoli sposini….quindi quando arrivata a fine libro ho visto l’epilogo mi sono fatta la Corsica nelle mutande. Già mi preparavo all’ansia generata da puccismi vari, fiorellini rosa, cuoricini rossi e miele grondante dalle pagine ed invece no.

C’è Aaaaaaaaammooooooreeeeeee…. ovviamente eterno e con la A e le altre lettere tutte rigorosamente maiuscole ma c’è anche ironia, c’è l’accenno ad una possibile nuova storia che avrebbe tutte le carte in regola per diventare la mia preferita di sempre e c’è il rammarico che il libro sia finito e il dover lasciare dei personaggi che ti sono rimasti nel cuore.

Per quanto mi riguarda questo libro è promosso e con voti alti. Mi piacerebbe davvero leggere della piccola Emma e del rigido Marchese….chissà, forse….in futuro….magari…..

In poche parole

Avete presente quella pioggerellina impalpabile che sembra non esserci nemmeno e alla fine ti trovi bagnata fradicia? Questo libro è così, comincia in sordina, delicato e fragile e alla fine ti ritrovi pervasa da emozioni ingovernabili che trascendono ogni tuo controllo.

Poschina

Lemonade – Nina Pennacchi

Lemonade è un libro controverso. Affermazione apodittica direte voi. Beh certo, siamo nel mio blog! A breve sciorinerò l’ennesima recensione speciosa ma mai capziosa, che voi leggerete per puro diletto, godendo in segreto della mia ben nota vis pugnandi.

No, non spaventatevi piccoli miei. Sono sempre io, ho solo voluto dimostrare a me stessa e al boss di essere in grado di usare parole “colte” e non il solo il mio caratteristico linguaggio da strada. Missone compiuta? Sì. E lo dico con un certo orgoglio….

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La Trama: “La limonata è la bevanda più innocua e salutare di ogni sala da ballo…” 
(The London Magazine, 3 luglio 1826) 

Beh, forse potrà essere vero a Londra, ma nelle campagne del Kent la limonata nasconde inaspettati pericoli; e il bellissimo e arrogante Christopher Davenport, giunto a Coxton in cerca di vendetta, sta per scoprirlo a sue spese… 

Innocua, la limonata? Se lo dite, per piacere, non fatevi sentire da Anna Champion. A causa dell’infida bevanda la sua vita è stata sconvolta, e ora ha un nemico, un nemico implacabile con occhi d’angelo e anima dannata. Tra picche e ripicche, schiaffi e baci rubati, l’attrazione tra i due cresce inconfessata e travolgente. E quando a Coxton si comincia a vociferare di un fidanzamento tra Anna e un ricco possidente, Christopher decide di strapparla al rivale con ogni mezzo… anche il più infame.

Ed ora la parola alla giurata

Lemonade è un libro controverso. Lo si ama o lo si odia. Raramente qualcuno ha il coraggio di stare in mezzo.
Io appartengo alla prima categoria.

Ho amato Lemonade per diversi motivi, il primo dei quali è che è scritto bene. Due, tre spanne sopra la media. Il secondo è che, a differenza del 99,8% dei romance, i personaggi principali non sono eroi/eroine senza macchia e senza paura, donne coraggiose oltre ogni logica, uomini fantasmagorici completamente irrealistici.

Christopher Davenport è l’eroe del romanzo e contemporaneamente l’antieroe di se stesso. Spietato, deplorevole, cinico, arrogante, imperdonabile, spesso letteralmente disgustoso.

Eppure.

Christopher Davenport è un uomo solo, disperato, bisognoso di affetto, anzi, alla disperata ricerca di qualcuno che lo ami, disposto a fare qualsiasi cosa pur di non farsi portare via l’unica persona che abbia attirato il suo interesse da non si sa quanto tempo a questa parte.

Christopher Davenport è puro istinto. Negli affari agisce da freddo calcolatore ma se si parla di rapporti interpersonali è solo ed esclusivamente istinto. Agisce, poi pensa. Agisce, nonostante il cervello gli dica di fermarsi. Agisce perchè è l’unica cosa che sa fare.

Christopher ha un piano. Un piano di vendetta (come dargli torto) che ha elaborato anni addietro e che ha maniacalmente seguito fino ad oggi, quando per puro sbaglio incontra anzi, si scontra, con Anna, ragazza povera, ordinaria, non particolarmente brillante in società, ma dotata di una straordinaria capacità di contrastarlo e di non farsi intimidire.

Anna lo detesta immediatamente. Contro ogni avvertimento del suo cervello, che le fa costantemente notare quanto quell’uomo imponente sia palesemente pericoloso, non può esimersi dal contrastarlo, dal provocarlo, dal non cedere di fronte alle sue prevaricazioni.

Lemonade è un libro che parla del fallimento. Della fatica che spesso si fa per ottenere un risultato per poi rendersi conto che, nonostante tutto, non arriverà mai. Lemonade parla dell’incapacità di un uomo di amare. O meglio, dell’incapacità di un uomo di dimostrare i propri sentimenti senza prevaricare, ferire, torturare. Lemonade ci fa vedere senza pudore i risultati di un’infanzia brutale. Ci porta dritti nell’inferno personale di Christopher ( e di conseguenza di Anna) mostrandoci il peggio di un uomo e dandoci solo una piccola, infinitesimale ma fondamentale speranza per il futuro.

Ora non voglio spoilerare ma mi sembra corretto avvertire chi voglia leggerlo che il romanzo contiene una scena di stupro, scritta in modo che al lettore non venga nascosto nulla. E’ brutale, realistica, fastidiosa. Ma perfettamente “in character”.
Grazie a questa scena, per nulla gratuita, capiamo tutto quello che c’è da sapere su Christopher. La sua disperazione, la sua solitudine, la sua follia, il suo bisogno di avere e, in un modo contorto e non proprio usuale, di amare.

Se Anna può sembrare a volte “senza palle” dobbiamo ricordarci che a differenza di quanto leggiamo solitamente nei romance storici, nell’Ottocento le donne non avevano alcuna voce in capitolo. Non valevano nulla, non contavano nulla, non avevano alternative concrete al matrimonio. Erano semplicemente delle fattrici, utili solo a generare eredi e mantenere o innalzare lo status sociale della famiglia.
A fronte di queste considerazioni, l’atteggiamento di Anna è perfettamente coerente e comprensibile. Oltretutto non possiamo dimenticare che nonostante tutto, sin dall’inizio, Anna vede in Christopher quel qualcosa che lui non sa nemmeno di avere.

Non è la classica storia d’amore con l’eroe drammaticamente segnato dal suo triste passato, ma capace di controllarsi e trattare la donna amata come un fiore prezioso. No. E’ una storia d’amore nella quale sin dall’inizio si innesca una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro. E’ una guerra. La guerra di Christopher che, per esorcizzare il suo passato, sarebbe capace (è capace) di passare su tutto e tutti. Ed è una storia d’amore che comincia violenta, incompresa, brutale, completamente folle, fondata sulla prevaricazione e sulla violenza, per poi lentamente retrocedere passo dopo passo fino all’epilogo, che coincide con un fallimento bruciante.

Un fallimento che è catarsi.

Un fallimento che spegne il sacro fuoco che alimentava Christopher, lasciandolo completamente svuotato, vulnerabile, libero.

Lemonade non ha un eroe che fa battere il cuore, non ha un’eroina nella quale è piacevole identificarsi, ma è fottutamente vero. Mancano completamente tutti gli espedienti che edulcorano la realtà. Lemonade ci sbatte in faccia solo la verità ossia che la vita è spesso crudele, esasperante, sfiancante e che il matrimonio non è solo zucchero filato ma spesso e volentieri una corona di spine.

Dobbiamo dire grazie ad un’autrice che ha avuto il coraggio di scrivere una storia non facile, non banale, non rassicurante. Dobbiamo fare lo sforzo di non focalizzarci su quattro brutali pagine dimenticando le altre 300, perchè faremmo un torto imperdonabile ad un libro che ha la sola colpa di non volerci dipingere il mondo per qualcosa che non è. Ma si sa, spesso la verità è troppo scomoda per essere accettata e celebrata.

Ogni capitolo è introdotto da un aforisma che ci aiuta a capire il fulcro degli avvenimenti; aforismi perfetti, tutti meravigliosi e azzeccatissimi.
A tutti i personaggi è dedicata la giusta attenzione. Ben caratterizzati, delineati, spesso capaci di stupirci.

Dopo aver letto Lemonade non posso esimermi dal leggere Capitan Swing sperando che non deluda le mie ormai alte aspettative.

In poche parole

Un eroe che è antieroe, un amore che è prevaricazione, un fallimento che è vittoria.

Poschina