Corrispondenza Imperfetta – Laura Nottari

Prima di tutto lasciatemi dire che, semplicemente, ADORO queste cover. Le silhouette sono sempre state una mia fissazione e non posso non perdermi a rimirare le cover di questo editore. Bellissime.
Bando alle ciance, mi sto già perdendo come al solito.
Questo libro mi è stato consigliato perchè, così dicono, ha un epilogo che potrebbe piacermi.
Come non accettare la sfida?
Io, solitamente, gli epiloghi li detesto con anima, corpo e punti neri.

La Trama: Venti anni di differenza, ceti sociali così diversi da far sembrare impossibile e inopportuno il sentimento che la giovane Edith Ellis prova per lord Esmond, conte di Rovington. Una passione accesa dal primo incontro di sguardi e alimentata da una risonanza, un accordo che nessuno dei due, nonostante tutto, può negare di udire.
E se neanche i reciproci passati legati a filo doppio, gli errori, le imperfezioni e un’impossibile redenzione riusciranno a dividere due anime, cos’altro potrebbe mai impedir loro di rimanere unite?
Lontano da Londra, dalle rigide trame del ton, tra le scogliere, il mare e la natura del Devonshire, il maniero di Greyville è pronto ad accogliere i suoi ospiti.

Ed ora la parola alla giurata – cercherò di non spoilerare….una fatica pazzesca

Sulla pagina di Amazon di questo libro campeggia la scritta “ROMANZO AUTOCONCLUSIVO” e già per questo avrei messo 5 stelle sulla fiducia, perchè Dio Bono se c’è una cosa che non reggo sono le saghe infinite, che regolarmente svaccano al terzo libro e mi lasciano dentro un mix di vuoto, frustrazione, rabbia e recriminazioni varie.

Quindi bene, brava Laura.

Ma passiamo a noi.
Questo è sicuramente uno di quei libri che meriterebbero riflessioni accurate prima di un giudizio, ma non sia mai che io esca dalla mia immagine tutta frivolezze e volgarità, quindi l’ho finito da nemmeno mezz’ora e già sto scrivendo. E lo faccio perchè sin dalle prime pagine mi sono accorta di essere al cospetto di un personaggio maschile con i controfiocchi.

Non è giovane, non è bello secondo i canoni classici (ovviamente gronda fascino da ogni poro….#machevelodicoafare), è sarcastico, cinico, maleducato e refrattario alla vita sociale.

BINGO!

Esmond, sono tua.
Ha anche una ferita di guerra alla gamba che gli impedisce di camminare in modo fluido….quindi ricapitoliamo. Over 40, molto affascinate, intelligente, arguto, polemico, misantropo, scorbutico, ricco da far vomitare, libero, con un passato oscuro segnato da nonsisabenecosa. Praticamente il personaggio maschile perfetto, al quale manca un po’ di sana cattiveria gratuita per ambire a “miglior personaggio maschile di sempre”.

Mentre lei, Edith è giovane, sensibile, intelligente, solare, dolce, comprensiva, emancipata, risoluta, passionale…. in pratica avrebbe tutte le caratteristiche per diventare la solita odiosa Santamariagoretti di Stocazzolandia ed invece no. Mi è piaciuta un sacco, l’ho davvero trovata un bel personaggio, completo, sfaccettato, interessante, solo leggermente troppo incline al buonismo verso la fine del libro ed infatti viene immediatamente punita dalla Dea del Menefreghismo che le ricorda perchè sarebbe sempre meglio non prendere iniziative in questioni familiari che non ci riguardano. Che questo sia un monito per tutte quelle persone convinte che bisogna sempre e solo andare d’amore e d’accordo.

Ma mi sto di nuovo perdendo.

Essi si incontrano in una biblioteca, non sanno nulla l’uno dell’altra ed è uno di quei rari incontri di anime (Goethe le chiamerebbe Affinità Elettive) che capitano così raramente nella vita che chi non le ha mai vissute pensa siano delle chimere. Ed invece no. Le loro anime si trovano, si riconoscono, si amano e non c’è un cazzo da fare, quando le anime si incontrano non puoi fare nulla, arrenditi e buttati dal grattacielo. [il karma, si sa, ha un senso dell’umorismo tutto suo]

I loro scambi verbali sono ben strutturati, intelligenti, raramente banali e, udite udite, c’è anche un accenno di Food Porn. E qui sotto potete ammirare il mio appunto sul blocchetto dell’office per non dimenticare questo importante dettaglio.

E’ un rapporto fatto di incontri, di tentazioni represse, un lento sbocciare di passione, e amore. Perchè sì, l’AMMMMMOOOOOORREEEEEEE si sente immediatamente, lo si percepisce nei gesti, nelle parole, nei silenzi. Ed è gestito davvero molto bene, romantico senza essere stucchevole, emozionante senza spingere sul puccismo, sensuale senza essere costretti a leggere la discesa agli inferi di un rapporto sessuale vivisezionato anatomopatologicamente (ma si dice?). Insomma, le parole sono usate, dosate e scelte bene e poi ci sono le Sad Stories, che non vi posso raccontare perchè sono il filo rosso che collega tutti i protagonisti e sul quale vorrei scrivere e parlare ore e che invece mi terrò dentro. Sappiate che se mi viene un attacco di gastrite è colpa vostra, perchè ho deciso di non spoilerare per non rovinarvi i tanti twist di questa bella storia.

Ma soprattutto c’è, silente ma sempre ben presente, l’afflizione di Esmond per qualcosa che gli impedisce di vivere appieno la vita e il nuovo amore. Questa nube nera che percepiamo sempre e che man mano iniziamo a comprendere, oddio…man mano….abbastanza presto direi ma non viene subito palesata, quindi resta lì, io lo so, tu lo sai, tutti o quasi lo sanno, ma non dicono. E questa sofferenza, questa disperazione, questa nube nera che incombe e che prima o poi riverserà quintali di merda, la temiamo un po’ tutti ed io la temevo un po’ più degli altri perchè avevo il sacro terrore che tutto si sistemasse a tarallucci e vino nel giro di due pagine.

No, non si sistema tutto.
Proprio per un cazzo.

E qui mi fermo. Mi fermo per non spoilerare. Mi fermo nonostante abbia molte cose da dire e molte riflessioni da fare, ma una cosa la voglio dire lo stesso. Ci tengo.

Spesso sono severa, rigida e sarcastica nei confronti degli epiloghi e, più in generale, della conclusione dei romance. Lo so che devono finire bene, ma “bene” può, dovrebbe e deve, significare tante cose, tante modalità, tante filosofie. Insomma, la favoletta mi ha un po’ rotto il cazzo. E lo dico, ci rido sopra, mi imbestialisco.

Quando trovo qualcuno che ha capacità e coraggio per terminare un libro facendomi letteralmente nell’ordine: palpitare, commuovere, rischiare un infarto, incazzare, temere di soffrire, soffrire, ri-palpitare, ri-commuovere, sorridere e gioire, lo dico.

Quindi un sentito, profondo, meritato GRAZIE, per questo epilogo, per questa conclusione perfettamente in linea con la personalità dei protagonisti, con tutta la gamma di emozioni* che riesce a suscitare in una lettrice cinico-sarcastico-romantica come la sottoscritta, grazie per non aver banalizzato, sminuito, stuprato tutto il bel lavoro fatto con Esmond ed Edith.

Non grido Bomba perchè il libro non è privo di difetti (ma ce ne fossero di difetti così) ma ve lo consiglio caldamente e ringrazio chi me lo ha consigliato, è un ottimo libro, i personaggi sono splendidamente umani e anche i comprimari sono ben caratterizzati. Per certi versi e con le dovute, enormi differenze, mi ha ricordato Perfido Intrigo della Blogh, anche se quello era davvero venato da una tristezza cosmica mentre questo è più ammantato da un’aura di premorte tragica.
va da sè che entrambi ci narrano di amori profondi e sofferti ed ecco in cosa li trovo simili.

Che dire?
Leggetelo immediatamente e ditemi cosa ne pensate.

Ah, giù le vostre manacce da Esmond, è mio….lui e i suoi trascorsi, i suoi traumi, le sue idiosincrasie e il suo cazzo di dimensioni normali. Prendo il pacchetto completo, grazie.

In poche parole

Basta poco per farsi voler bene, un uomo da sburro, una donna con i controcoglioni, sofferenza, strazio, dolore, amori contrastati, passione, completa assenza di puccismo e coerenza nell’epilogo.
Vi sembra impossibile? A me no. Basta leggere questo libro per rendersene conto.

Poschina

* SPOLIER
Nonostante i due cazzo di gemelli, rigorosamente maschi, partoriti alla 42esima settimana di cui uno podalico ma #tuttoèbenequelchefiniscebene, stanno tutti benissimo, lei li allatta pure e dormono anche come sassi
#mavaffanculovà

p.s.
Il Food Porn è una chicca imperdibile, roba che il Kindle ha cominciato a grondare sensualità da ogni circuito.

Dita come farfalle – Rebecca Quasi

Non avevo mai letto nulla di Rebecca Quasi.
Non so perchè, ne parlano tutti bene…anzi, benissimo.
Ma io sono così, i libri mi devono chiamare e alla fine….dopo molto tempo e diversi tentennamenti, questo libro mi ha chiamata ed io ho risposto.

La Trama: Per Lady Caroline Webster, figlia del duca di Clarendon, è naturale sposare per convenienza James Cavendish, duca di Rothsay. E non trova nulla di anormale nemmeno nell’essere del tutto ignorata da lui dopo le nozze. Del resto, unico scopo della loro unione è il mantenimento del casato e il concepimento di un erede, obiettivo che richiede sporadica e taciturna applicazione.
Il tranquillo menage precipita quando, in seguito a un aborto spontaneo, Caroline scopre che suo marito non è l’uomo freddo e posato che si è sforzato di apparire.

Ed ora la parola alla giurata _ SPOILER

Se c’è una cosa che invidio in modo assurdo è la capacità di alcuni autori di avere una scrittura delicata come una piuma. Quelle parole che scorrono soavi una dopo l’altra e che ti fanno pensare che potresti andare avanti a leggere all’infinito. Rebecca Quasi, quantomeno in Dita come farfalle, esercita questo dono in modo esemplare.

E io, in questa leggiadria, ci ho sguazzato alla grande e me la sono goduta virgola dopo virgola. Soprattutto perchè nonostante i toni morbidi ed i colori pastello il libro è di una brutalità disarmante. Dimenticatevi duchi e duchesse che avete letto fino ad ora in queste pagine, scordatevi di trovare quel “ton” sfarzoso e brillante che accompagna balli e cavalcate in riva alla Serpentine, cancellate dalla vostra mente libertini e dissoluti eredi pronti a rinunciare a tutto per una donzella apparentemente docile che in realtà è una manager d’azienda moderna sotto mentite spoglie.

Qui siamo di fronte ad una spietata rappresentazione di quello che erano i rapporti di coppia nell’Inghilterra ottocentesca, Caroline e James si sposano per convenienza, si sposano senza avere alcuna aspettativa da questa unione se non il generare un erede entro tempi brevi. Si sposano senza affetto, senza amore e senza rispetto. Si sposano perchè va fatto e il rispetto delle regole è tutto.

Dal momento della fatidica proposta in poi il libro è pervaso da una sottile e penetrante tristezza che sarebbe in grado di far commuovere una roccia ed è  inutile dirvi che io, afflitta ormai dal gene della commozione spontanea, ho versato qualche timida lacrima. La prima parte della storia si concentra sulla solitudine di una donna che si rende conto di essere completamente indifferente al marito. Sulla lenta ma inesorabile consapevolezza di non valere nulla, di non essere nulla se non un bell’oggetto comprato per decorare ma che non si merita nemmeno l’attenzione di uno sguardo. Da brava futura duchessa, Caroline è tutta compostezza e decoro, impeccabile, altera, posata, controllata, ingabbiata, sola. Ma non sola perchè vuole esserlo, bensì perchè viene costantemente abbandonata.

E questa solitudine, questo abbandono, questa inesorabile tristezza, noi lettori li sentiamo tutti e li viviamo insieme a questa giovane donna alla quale non è mai stato permesso di essere se stessa. Mai. Anzi, alla quale è stato proibito qualsiasi anelito di personalità, tutto deve essere funzionale al ruolo, non devi aspettarti gioia, complicità, amore ma solo doveri, doveri, doveri.

Qualcosa però, ad un certo punto, si incrina e la vera Caroline non riesce più a nascondersi e sboccia dimostrandosi ben poco malleabile, piuttosto risoluta e decisamente cocciuta. Complici di questo cambiamento repentino (ma non eccessivamente, le avvisaglie di questa esplosione vengono seminate per tutto il libro, a partire da piccoli gesti e delicate provocazioni) un aborto spontaneo e la scoperta della doppia vita del marito, che lei credeva un pezzo di ghiaccio incapace di provare sentimenti e che invece scopre essere tutto emozioni e passione.

Il rapporto tra Caroline e James da freddo e asettico si trasforma in un percorso di conoscenza, non sempre facile, non privo di dolore ma che passo dopo passo li porta, nonostante fossero stati educati a reprimere il proprio io, ad uscire allo scoperto con risultati sorprendenti; un inno al seguire se stessi e ad aprirsi al mondo indipendentemente dalle sue regole, anzi…..proprio infrangendole e piegandole al proprio volere.

Ma veniamo ai tasti dolenti…oddio…
Al tasto dolente, che poi non è poi così dolente e non è nemmeno un tasto tanto grosso….facciamo un tastino.
Caroline è quasi priva di difetti: compassionevole, decisa, arguta, forte, bella, sensuale, appassionata, intelligente e chi più ne ha più ne metta. Mi duole ammettere che forse è un pochino troppo. Cocciuta ma in senso positivo, risoluta ma sempre a fin di bene, arpia ma con classe… e che cazzo…solo io sono piena di difetti di vario genere? Uffa.

Ma fossero questi i problemi.
Fossero queste inezie a farmi sbroccare…. no. Non ho sbroccato. Anzi. Mi è proprio piaciuto.
E, mi duole ammetterlo, ho letto forse il più bell’epilogo di sempre.

Tutte voi….e sottolineo tutte, sapete quanto io detesti gli epiloghi e l’interminabile elenco di figli, nipoti, gioie e gaudi vari che hanno riempito la vita dei due stucchevoli sposini….quindi quando arrivata a fine libro ho visto l’epilogo mi sono fatta la Corsica nelle mutande. Già mi preparavo all’ansia generata da puccismi vari, fiorellini rosa, cuoricini rossi e miele grondante dalle pagine ed invece no.

C’è Aaaaaaaaammooooooreeeeeee…. ovviamente eterno e con la A e le altre lettere tutte rigorosamente maiuscole ma c’è anche ironia, c’è l’accenno ad una possibile nuova storia che avrebbe tutte le carte in regola per diventare la mia preferita di sempre e c’è il rammarico che il libro sia finito e il dover lasciare dei personaggi che ti sono rimasti nel cuore.

Per quanto mi riguarda questo libro è promosso e con voti alti. Mi piacerebbe davvero leggere della piccola Emma e del rigido Marchese….chissà, forse….in futuro….magari…..

In poche parole

Avete presente quella pioggerellina impalpabile che sembra non esserci nemmeno e alla fine ti trovi bagnata fradicia? Questo libro è così, comincia in sordina, delicato e fragile e alla fine ti ritrovi pervasa da emozioni ingovernabili che trascendono ogni tuo controllo.

Poschina

Il Duca e la Dama in Rosso – Lorraine Heath

God Bless You, Lorraine.

La Trama: Londra, 1874 – Tormentato da un doloroso segreto, il Duca di Avendale ha da sempre cercato l’oblio nel vizio e nell’alcol, al punto da trasformare la sua vita in un monotono turbinio di donne, partite a carte e sbronze. Ma durante una festa, all’improvviso il suo mondo grigio è attraversato da un acceso e vibrante rosso, l’abito di una dama che da subito cattura i suoi sensi. Sedurre Rosalind è poco più di un gioco per lui, almeno sino a quando non la sorprende intenta a fuggire da Londra con i suoi soldi. Deciso a punire la truffatrice e a soddisfare i propri desideri, le promette che non la denuncerà se accetterà di passare una settimana a sua completa disposizione… nel suo letto. Tuttavia, il tempo trascorso insieme gli permetterà di conoscere la donna nascosta dietro le bugie e di scoprire che per lui non rappresenta più soltanto passione e piacere, ma la possibilità di tornare a vivere davvero.

Ed ora la parola alla giurata con spoiler ovunque perchè non ho voglia di sbattermi per evitarli

Noi ti amiamo.
Sia la mia parte oscura in cerca di bruttezze in cui crogiolarsi che la mia parte patetica che si commuove per più o meno tutto, ti amiamo. Amiamo te, ex piccolo Duca di Avendale, ora uomo fatto e finito, grande, grosso, moro con occhi scuri, sempre e costantemente eccitato, con il vergone in tiro costante che fai di tutto per infilarlo nella guaina di Rosalind. Perchè dopo la disastrosa esperienza letteraria dei giorni scorsi, avevo bisogno di credere che nel mondo ci fosse ancora qualche maschio Alpha pronto a inondare di Regale Seme le vagine inviolate di giovani pulzelle.

Qui siamo al cospetto del bellisissimo e spietatissimo nonché dissolutissimo Duca di Avendale, colui che porta con sé il patrimonio genetico di un uomo dedito alla box casalinga, per capirci il padre usava la piccola e timida moglie come fosse un punching ball, fino a ridurla in fin di vita e a costringere gli amici di lei a nasconderla per evitarne la morte. Però lui, il piccolo Duchino, non ricorda nulla delle botte che ha preso sua madre, e nemmeno che il padre fosse un despota manesco e meschino ma è convinto del contrario, al punto che negli anni si è isolato dalla famiglia rifugiandosi nella dissolutezza più totale per fuggire da un passato triste, confuso e drammatico [ed anche oggettivamente incomprensibile per un bambino].

Lei invece è  Rosalind, una truffatrice che cerca un pollo abbastanza grosso da spennare per poter vivere tranquilla per un po’ di tempo con il fratello e il gruppo di amici molto speciali con cui vive. Ha deciso di smetterla con i signorotti di campagna e di puntare all’aristocrazia, peccato che incappi in Avendale che la punta come un pointer appena entra nel nuovo locale di Drake e decide che, costi quel che costi, lui la deve assolutamente avere.

E fin qui, direte voi, siamo nella fiera delle banalità.

Sì.
Chiaro.
Ma.

Le prime 10 pagine mi avevano delusa, non sentivo pathos, non ne potevo nemmeno più di leggere le proclamazioni di dissolutezza e depravazione di Avendale e mi ero preparata alla noia armandomi di Maalox e di patatine al formaggio fino a che……
….
…..
non so nemmeno bene come, ma il libro ha cominciato a decollare.

Forse perchè lui non la vede immediatamente come il sole della sua vita ma piuttosto come qualcosa di diverso che lo eccita e al quale non ha intenzione di rinunciare o forse perchè lei mi ha fatto tenerezza,  è convinta di poter tener testa a uno che nella vita non fa una beneamata minchia se non scopare e comandare. La nostra ingenua Rose pensava di poterlo abbindolare con il giochino del “Te la faccio annusare ma poi col cazzo che te la do”… ahahhahahahah… illusa. Infatti alla prima occasione lui la slingua come dio comanda (fa parte dell’ormai sempre più esiguo esercito degli slinguazzatori da manuale) e la sditalina donandole il suo primo, meraviglioso, intenso orgasmo. In pratica ad Avendale bastano 2 colpi di lingua e 3 di dita per ribaltare la situazione e ad avere di fronte a se una donna disposta a tutto pur di finirci a letto insieme.

In questa serie la Heath si concentra su malattia, dolore e deformità ma soprattutto sulla sofferenza che ne deriva, e lo fa in grande stile ossia facendo copulare i protagonisti in continuazione, martellando il tasto del sesso e distribuendo orgasmi ed intimità in ogni anfratto e lo fa anche bene (o almeno nel primo libro e in questo… quello di mezzo ancora non l’ho inquadrato bene. Lo rileggerò), lo fa riuscendo a sfruttare la passione tipicamente femminile del voyeurismo e della indomabile attrazione per il pettegolezzo, ossia alternando scene di sesso più o meno Hot a confessioni drammatiche sul proprio passato.

Brava, il mix funziona. E’ come leggere Giallo e Novella 2000 insieme.

Tornando al libro, questi due esseri che hanno alle spalle delle Sad Story da manuale, non potevano che scoprirsi anime affini e nonostante succeda di tutto e di più, fino a oltrepassare la sottile linea che divide il Romance dal Fantasy ben più di una volta, sono rimasta incollata alle pagine come le etichette adesive di merda restano attaccate ai bicchieri nuovi, e ammetto senza vergogna che avrei voluto leggere ancora e ancora, sapere come si sono sposati, dove, come è stata accolta Rosalind, perchè, con chi, quando, quanto…. sì insomma….ero avidissima di piccoli, insignificanti particolari….e questo è un bene. Un gran bene.

Tutto bene quindi?

No.
A volte il buonismo è eccessivo e anche il cambiamento del dissoluto e cinico Avendale in alcune parti risulta forzato, nonostante avvenga gradualmente. A mio avviso il rapporto tra Avendale e la madre andava approfondito un po’, soprattutto a fronte delle sconvolgenti scoperte in merito al passato e anche perchè è il perno su cui per anni si è fondata l’intera filosofia di vita del giovane…non è che basti un colpo di spugna per eliminare 30 anni di vita. Magari. Avrei gradito più presenza dei vecchi amici di Avendale, il gruppo di figli dei monelli di Feagan, che invece sono inutili come le carotine decorative nei piatti di carne anni ’80.

Però avercene.
Non so quanto il mio entusiasmo sia dovuto all’aver approcciato il libro dopo essermi annoiata a morte con quello precedente, e quanto sia dovuto alla storia ma non mi interessa più di tanto, ho passato ore intense a leggere come se fosse l’unica cosa importante nella vita, ho visto un uomo innamorarsi lentamente, contro la sua volontà e arrendersi alla consapevolezza di aver costruito un’intera vita su un presupposto sbagliato. E ho conosciuto una donna che nonostante aspiri al titolo di SantaMariaGorettidelRomance 2017 non mi ha fatto venire voglia di strapparle le unghie con una pinza (una specie di miracolo).

Che dire?
Correte a comprarlo.

In poche parole

E’ come leggere Giallo e Novella 2000 insieme. Non proprio una bomba ma quasi.

Poschina

p.s. non sono l’unica che non si raccapezza nell’albero genealogico del gruppo di Feagan, anche Rosalind, messa di fronte a tutte le coppie e ai loro numerosissimi figli afferma di non riuscire a collegare tutte le complicate parentele.

 

Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas (Padre)

Non ho più quattordici anni da un paio d’anni. Ho scoperto che colorarmi i capelli mi rende, per qualche oscura ragione, felice e mi lancio in sperimentazioni azzardate che oscillano tra il fuxia e il verde. Ho abbellito la mia narice sinistra con un piccolo orecchino ( a tutti voi cazzoni boriosi che mi avete detto  “Vedrai che ti stufi… poi cosa fai a 30 con l’orecchino al naso… è ridicolo”, l’orecchino è ancora lì mentre voi siete scomparsi dalla mia vita. Un caso?), rifletto su un eventuale tatuaggio e sul piercing alla lingua. Passo il week-end tra fiera di Sinigaglia (in darsena) e parco sempione. Indosso bellissime gonne lunghe, sono quasi sempre accigliata/incazzata/polemica e sono costantemente innamorata di qualcuno che non mi caga di pezza ma che si accorgerà di me appena io mi stancherò di stalkerare lui. Provo una strana attrazione per un tizio che fa il mio liceo. Siamo “amici” ma non è cosa. Non ci prova. Peccato. Io sono ancora troppo timida per scofanare una tetta davanti al suo naso giusto per rendere palese la mia semi-attrazione.

Un sabato pomeriggio passo per le librerie Remainders in Paolo Sarpi e mi cade l’occhio su questa copertina:

conte montecristo

Apro una pagina a caso e leggo due righe – “Dunque capirete che, non essendo di alcun paese, non chiedo protezione ad alcun governo; non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non può arrestarmi né paralizzarmi alcuna sorta di scrupoli che arrestano i potenti o di ostacoli che paralizzano i deboli. Io non ho che due avversari, non dirò due vincitori, perché li sottometto con la tenacia: la distanza e il tempo.” – ovviamente la frase che ho casualmente letto non era precisamente questa ma la conseguenza della veloce lettura è  l’acquisto immediato dei 2 kg di libro. In quel momento ancora non lo sapevo, ma stavo per innamorarmi follemente.

La Trama: Vittima delle insidiose trame di due acerrimi rivali e di un ambizioso magistrato senza scrupoli, il giovane ufficiale di marina Edmond Dantès viene arrestato a Marsiglia il giorno stesso del suo matrimonio e rinchiuso per quattordici interminabili anni nel tenebroso castello d’If. Qui incontra l’anziano abate Faria, che gli offrirà l’occasione per una fuga avventurosa e gli permetterà di impossessarsi di un prezioso tesoro. Divenuto ricchissimo, Dantès – che ha ormai assunto il romantico titolo di conte di Montecristo – può infine portare a termine la sua tremenda vendetta.

Ed ora la parola alla giurata

Sinceramente a me Edmond Dantes non piaceva poi tanto. E’ il classico bravo ragazzo. Lavoratore, Integerrimo, Innamorato, Puro di Cuore. Ok, è bellissimo. Viene descritto come un giovane diciannovenne con capelli e occhi scuri, labbra piene e corpo statuario (l’ultima caratteristica l’ho aggiunta io ma ci sta benissimo). Oltre ad essere buono, schifosamente felice, ostentatore seriale di tutto ciò che gli va bene, è anche di un’ingenuità imbarazzante. Dominato da un senso dell’onore a dir poco esagerato, non si accorge nemmeno che il resto del mondo è scafato e meschino, si fida di tutti e, in pratica, si prepara il cappio da solo, lo fissa al muro, se lo infila al collo e si lancia giù dalla finestra. A causa della sua insopportabile gioia urlata ai quattro venti, non fatica a tirarsi dietro invidie, ire, antipatie. E infatti tre stronzi, uno per invidia, uno per arrivismo ed uno semplicemente per idiozia, decidono di togliergli per sempre il sorriso dalla faccia e lo fanno passare per un nostalgico di Napoleone, condannandolo alla detenzione nel famigerato castello d’If.

Grazie. Sentitissimi ringraziamenti a Fernand, Danglars, Caderousse e beh sì, anche a Villefort. Grazie per aver trasformato un giovane ingenuo felice in una oscura bestia assetata di sangue ed aver creato il personaggio maschile più affascinante, spietato, sensuale, machiavellico, erotico che sia mai esistito.

Nella prigione del Castello d’If, Edmond ci passa quei 14 anni che lo cambiano leggermente. A contribuire a questa trasformazione impressionante (in senso positivo) ci pensa il suo vicino di cella. Tale Abate Faria, un erudito particolarmente sveglio che si fa raccontare da Edmond come mai è finito in carcere e lo aiuta a vedere quello che anche mio nipote di un anno avrebbe visto, ossia che qualcuno (Danglars, Fernand e Caderousse prima e Villefort dopo) ha complottato contro di lui per toglierlo di mezzo. Faria, dopo  essersi sollazzato con questo enigma di facile soluzione, si accorge osservando l’espressione di Edmond, di aver generato un mostro e un po’ si pente. Io no. Io ho tatuato sulla tetta sinistra “Abate Faria ti amo”.
Cmq; il vecchio alla fine schiatta di morte naturale, Edmond si sostituisce al cadavere e viene seppellito nel cimitero del castello, ossia il mare burrascoso e gelido. Nonostante tutto si salva e viene raccattato da alcuni contrabbandieri, aspetta pazientemente di avere l’occasione di approdare sull’Isola di Montecristo per appropriarsi dell’immenso tesoro che Faria ha sostenuto trovarsi sull’isola, e comincia a pianificare il futuro.

Edmond ha 33 anni, è disilluso, ferito, assetato di vendetta e fottutissimamente ricco.

Da questo momento in poi succede di tutto.
Travestimenti  assolutamente improbabili.
Rocamboleschi raggiri.
Impossibili conoscenze trasversali di tutte le personalità che contano nel mondo.
Accumulo inspiegabile di fondi infiniti.
Conoscenze in ogni campo, dalla biochimica all’astronomia, all’informatica.

Il fatto che quanto scritto sopra sia oggettivamente impossibile, non toglie nulla, ma anzi aggiunge, ad un libro che ha nella trama e nella fluidità con cui è sviscerata, la sua carta vincente. Tutto è ammesso. Tutto è credibile. Tutto è possibile al Conte di Montecristo.

Partendo da questo presupposto non resta altro che prendere la mano che il Conte ci tende e lasciarsi trasportare dalla sua sete di vendetta in cima alle più alte vette di spietatezza. Ci facciamo cullare dalla consapevolezza che chi ha peccato pagherà a caro prezzo e ci godiamo ogni piccolo successo del Conte, ogni punto segnato, ogni fottuta tacca sulla canna del fucile.

Tutti si fanno fregare da lui.
Avidi, Egoisti, Megalomani, Disperati, Sfigati.
Indipendentemente dalla categoria a cui appartengono, si lasciano imbambolare dal Conte e finiscono inesorabilmente imprigionati in una ragnatela che potrà portarli solamente ad una conclusione: la morte.
Ovviamente solo dopo lo sputtanamento globale.

Certo, sarebbe troppo semplice piantargli una coltellata nella schiena.
Troppo facile.
Troppo dignitoso.
No, prima li rovina, li sputtana, li svergogna, gli toglie ogni dignità, poi li ammazza.

Una sola persona lo riconosce immediatamente, peraltro in una scena meravigliosa che ci mostra come un piccolo gesto possa avere una montagna di significati.
Mercedes.
Solo lei, che effettivamente lo amava di quell’amore puro e disinteressato che ha fatto la fortuna di gente come la Kleypas, è stata in grado di vedere in quell’uomo pallido, segnato dalla vita e sublimamente affascinante, quel che resta dell’uomo che ha sempre amato, che ama e che amerà. Quel giovane che un giorno è stato incarcerato e dichiarato morto.
Quel giovane che non è mai riuscita a dimenticare.

“Edmondo” disse “voi non ucciderete mio figlio!”
Il conte fece un passo indietro, gettò un debole grido, e lasciò cadere l’arma di mano.
“Che nome avete pronunciato, sgnora Morcef!…”
“Il vostro” gridò lei gettando il velo, “il vostro che, solo io forse, non ho dimenticato mai! Edmondo, non è la signora Morcef che viene da voi, è Mercedes!…”
“Mercedes è morta, signora” disse Montecristo “ed io non conosco più nessuno che porti questo nome.”
” Mercedes vive, signore, e Mercedes vi ricorda, poiché lei sola vi ha riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi, alla sola voce, Edmondo, al solo accento della vostra voce…

Nemmeno l’amore di Mercedes però, sarà in grado di fermare la furia vendicativa del Conte. Anzi, in uno dei pochissimi momenti di debolezza, proprio di fronte a quella donna che è stata l’Amore della sua vita, dovrà ricorrere al ricordo dell’odio passato, per non farsi sopraffare da idee malsane quali il perdono e la pietà.

“E il conte di Montecristo, temendo di cedere alle lacrime di colei che aveva amato tanto, chiamava in aiuto del suo odio il passato…”

E’ probabile che qualcuno di voi non l’abbia letto, o si sia perso una delle millemila versioni cinematografiche. Grave errore. Gravissimo errore.
Il Conte di Montecristo è a tutti gli effetti quell’Angelo vendicatore degli oppressi che anche noi vorremmo essere più o meno quotidianamente. Incarna il sogno proibito di una vendetta spietata, amata, compagna di vita. Stimola le nostre menti fino a spingerle sulla strada del non ritorno, obnubilate da una personalità sfaccettata e interessante, dominata sì da una sete di vendetta, ma anche da una profonda riconoscenza per coloro che si sono schierati dalla parte del giusto, del debole, della vittima.
Sfido chiunque a non innamorarsi di Edmond e a non parteggiare schifosamente per la sua causa.
Eliminando quelle che sono le assurde costrizioni morali che governano le nostre vite, ci ritroviamo a concepire e fare nostra la vendetta intesa non tanto come punizione, ma come ovvia conseguenza di determinate azioni.
Un’idea che ha ossessionato il mio cervello di sedicenne, cambiando completamente e definitivamente il mio personalissimo modo di concepire l’intero universo.

Nonostante sia un essere dominato dalla sete di vendetta, dentro il Conte si nasconde ancora il giovane Edmond, e ne diveniamo consapevoli quando, dopo aver raggiunto il suo agognato scopo, si permette di sperare in una nuova vita, finalmente libera dal passato, in compagnia della bellissima e dolcissima Haydèe. Lei si considera solo una schiava, mentre il Conte la vede come sua futura compagna. Su una cosa non abbiamo alcun dubbio. Lei lo adora e saranno eternamente felici.

“Ti ricordi di tuo padre, Haydèe?”
“Egli è qui, e qui” disse lei, mettendo la mano sul cuore e sugli occhi.
“Ed io dove sono?” domandò sorridendo Montecristo.
“Tu?” Disse lei.
“Tu sei dappertutto”

Non so voi, ma io mi sono nuovamente, follemente e disperatamente innamorata di quest’uomo. Ha un posto speciale nel mio cuore di lettrice e nessuno ancora è riuscito a scalzarlo. Nessun libertino, dissoluto, bastardo scopatore seriale con il cazzo grosso è riuscito anche solo a minacciare il posto di riguardo che il Conte si è guadagnato nel cuore di una allora sedicenne testarda, appassionata, fiduciosa e spietata.

Leggetelo, amatelo, conservatelo.

In poche parole

“Soltanto colui che provò le più grandi sventure è atto a godere le più grandi felicità”.

Poschina

P.s: Umberto Eco in merito a questo romanzo ha scritto. “Il Conte di Montecristo è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d’altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature.”

Capitan Swing – Nina Pennacchi

Che abbia avuto torto o ragione non cambia nulla all’orrore della sua situazione: per tutta la vita non ha fatto che subire, in mezzo a recriminazioni continue gli amplessi coniugali, la maternità, la solitudine, il modo di vivere che il marito le imponeva. […] non aveva alcuna ragione positiva di far tacere i suoi sentimenti di rivolta e nessun mezzo efficace per esprimerli.” – S. De Beauvoir – Il Secondo Sesso – 1961

Swing

La Trama: Tisbury, 1830. Chi è Capitan Swing, misterioso eroe che guida la rivolta dei contadini nelle campagne inglesi? Chiamato a riportare l’ordine in Wiltshire, il comandante Adam Cartwright non ha dubbi: Swing è nemico della legge, e come tale suo nemico…

Capitan Swing mantiene sempre le sue promesse. E quando giura a Rebecca Arlington che dopo la rivolta la porterà via con sé, ha tutte le intenzioni di farlo. Rebecca aspetta da anni quel momento, e niente e nessuno potrà impedirle di fuggire con lui… niente e nessuno, tranne il comandante dei dragoni arrivato a Tisbury proprio per arrestare il suo capitano.

Ed ora la parola alla giurata

Chi mi conosce sa perfettamente quanto io possa diventare mortalmente tediosa e caparbiamente combattiva se si affronta seriamente il tema della “condizione femminile”. Non ho intenzione scriverne ora ma non si può, leggendo Capitan Swing, non fare le opportune riflessione in merito. Siamo nell’Ottocento, ancora un periodo non buio, ma semplicemente mortale per il genere femminile. E la condizione di Rebecca è la chiave di lettura per comprendere questo romanzo.

Romanzo che parla principalmente di fiducia. La Fiducia, con la F maiuscola. Che poi è una delle parole più interessanti che esistano e forse in una relazione è ancora più importante del blasonatissimo Amore. Secondo voi può l’amore colmare l’assenza di fiducia?
Per me no.

Rebecca ha avuto la straordinaria capacità di fare costantemente delle scelte che si sono rivelate disastrose per tutti coloro che le stavano vicino, oltre che per se stessa. Rebecca è il risultato di un’educazione violenta, repressiva, fatta di minacce e botte, dalla mania di controllo del padre, perchè quella figlia che non desiderava, inutile, testarda, ribelle, ostinata, è un peso insormontabile e deve essere domata per trasformarsi nella più placida delle dame.

Paul è figlio del popolo e quando incontra per la prima volta Rebecca la disprezza per la sua ricchezza, tuttavia si instaura tra i giovanissimi ragazzi un legame di amicizia, rispetto e fiducia reciproca, che lentamente negli anni si trasforma in qualcosa che va oltre e che somiglia in modo piuttosto evidente, all’amore. Ed anche negli anni in cui sono tenuti lontani l’uno dall’altra, continuano in segreto a comunicare e a cercare un modo per fuggire insieme.

Ma.

Conoscendo i pensieri di Rebecca, non possiamo non notare come lei insista su un punto: “I baci sono arrivati a complicare tutto”.
Dovrebbe essere sufficiente per farci capire che forse, Rebecca non ama Paul. Forse, semplicemente, ha bisogno di crederlo perchè lui le promette la salvezza, la tanto agognata liberazione da una vita senza la possibilità di scelta.

Diventiamo ancora più consapevoli di questa mancanza di amore nel momento in cui, dopo che il Comandante Cartwright – Adam -, ruba un bacio a Rebecca lei, invece di confessarlo a Paul, mente.

Ecco il primo, grande tradimento.
Il primo dei tanti.
Non ha motivo di tacere Rebecca, anzi. Potrebbe benissimo dire la verità, ossia che ha dovuto sottostare al bacio con la speranza che il Comandante non la consegnasse al padre. Invece Rebecca tace.
Tace e comincia a non sentirsi proprio a suo agio tra le braccia di Paul.
E’ in questo preciso momento che la coppia Rebecca/Paul cessa di esistere.
Se la ragazza non fosse costretta ad una vita insostenibile, non sarebbe così convinta di amare Paul. Se non fosse maltrattata costantemente dal padre, avrebbe semplicemente preso atto della fine di un sentimento, invece continua a crederci perchè il bisogno di sentirsi libera va oltre qualsiasi logica.

Il Secondo grandissimo ed imperdonabile tradimento, viene perpetrato nei confronti di Adam. Ed è il tradimento che persino io ho trovato inaccettabile. Noi conosciamo Adam, sappiamo che per lui le regole, la gerarchia, il rispetto dell’ordine sono fondamentali. Si trincera dietro una freddezza impenetrabile perchè dentro di lui un fuoco costante brucia. Sappiamo anche perchè, e lo capiamo. Capiamo la sua sete di vendetta nei confronti di una protesta che lui vede come unica fonte di tutte le sue infelicità e frustrazioni. Ed ora, che grazie a dio non ho più quindici anni, posso apprezzare la lucida freddezza con la quale Adam analizza la dinamica delle rivolte durante le quali il confine tra oppresso e oppressore è spesso così labile dall’essere invisibile. Cominci combattendo una “guerra giusta” e finisci ammazzando esattamente come fa il tuo oppressore.

Il tradimento di Rebecca arriva in un momento chiave, quello in cui Adam si mostra vulnerabile, umano, vero. Non possiamo stupirci se dopo quello che è successo e il modo in cui è stato trattato, il suo livello di fiducia nei confronti di Rebecca crolli a livello zero nel giro di mezz’ora. Onestamente io l’avrei ammazzata.
Ed è perfettamente comprensibile che da quel momento in poi lui decida di non ascoltarla, di non darle modo di spiegarsi e si convinca sempre di più che tra lei e Paul ci sia un sentimento profondo.

Gli altri tradimenti di cui parlo (si tratta sempre di tradimenti di fiducia) sono le omissioni, il non detto, il taciuto. Più si tace, più si nasconde, e più il sospetto si insinua, trova terreno fertile per prosperare.

La liberazione dal demone del sospetto e della sfiducia arriva alla fine, quando sembra che tutto sia ormai perduto e assodato. Arriva quasi per caso, durante la confessione di Mary. Quel “l’ha deciso Paul all’ultimo minuto” significa solo una cosa: questa volta Rebecca è innocente. Rebecca non ha mentito (non del tutto e cmq. non per le ragioni che credeva Adam). Rebecca non l’ha tradito.

E fondamentale è quello che succede dopo, quando ormai le carte in tavola ci sono tutte, quando si tratta solo, per una fottutissima volta, di fare la scelta giusta, di fare un unico faticoso, disperato, doloroso gesto di assenso per concedere, almeno questa volta, la fiducia.

Capitan Swing parla di libertà e prigione. Prigione che è sì reale, ma anche e soprattutto figurativa e sta tutta nell’incapacità di fare la scelta giusta, di dimostrare la propria forza. Spesso e volentieri, nella vita vera, significa prendere una decisione che va contro quello che siamo, quello in cui crediamo e quello per cui lottiamo. Significa crescere e comprendere che ci sono cose più importanti delle proprie convinzioni e che spesso, fare un passo indietro, può significare aprirsi la strada per farne cento in avanti.

Capitan Swing, come Lemonade, è un pugno nello stomaco perchè è vero, doloroso, realistico e poco consolatorio. Nella vita c’è chi vince e chi perde, ma spesso è tutto molto più complicato di così. Ma c’è una cosa che la Pennacchi ci dice chiaro e tondo in entrambi i romanzi. Nonostante tutto, nonostante a volte si tocchi il fondo, si scavi e poi si trivelli, ad un certo punto si può sempre scegliere di cercare di cambiare, perchè a volte; solo a volte, ne vale davvero la pena.

In poche parole

“…non si trasforma la propria vita senza trasformare se stessi.” S. De Beauvoir

Poschina

p.s. Ho inserito un paio di citazioni di Simone solo perchè ritengo che sia molto bello sognare un passato pieno di donne indipendenti, orgogliose e rispettate, ma che sia fondamentale ricordarsi che la realtà è un’altra cosa e che non è il caso di voltare la faccia quando ce la troviamo davanti.

Lemonade – Nina Pennacchi

Lemonade è un libro controverso. Affermazione apodittica direte voi. Beh certo, siamo nel mio blog! A breve sciorinerò l’ennesima recensione speciosa ma mai capziosa, che voi leggerete per puro diletto, godendo in segreto della mia ben nota vis pugnandi.

No, non spaventatevi piccoli miei. Sono sempre io, ho solo voluto dimostrare a me stessa e al boss di essere in grado di usare parole “colte” e non il solo il mio caratteristico linguaggio da strada. Missone compiuta? Sì. E lo dico con un certo orgoglio….

lemonadecv-pennacchi

La Trama: “La limonata è la bevanda più innocua e salutare di ogni sala da ballo…” 
(The London Magazine, 3 luglio 1826) 

Beh, forse potrà essere vero a Londra, ma nelle campagne del Kent la limonata nasconde inaspettati pericoli; e il bellissimo e arrogante Christopher Davenport, giunto a Coxton in cerca di vendetta, sta per scoprirlo a sue spese… 

Innocua, la limonata? Se lo dite, per piacere, non fatevi sentire da Anna Champion. A causa dell’infida bevanda la sua vita è stata sconvolta, e ora ha un nemico, un nemico implacabile con occhi d’angelo e anima dannata. Tra picche e ripicche, schiaffi e baci rubati, l’attrazione tra i due cresce inconfessata e travolgente. E quando a Coxton si comincia a vociferare di un fidanzamento tra Anna e un ricco possidente, Christopher decide di strapparla al rivale con ogni mezzo… anche il più infame.

Ed ora la parola alla giurata

Lemonade è un libro controverso. Lo si ama o lo si odia. Raramente qualcuno ha il coraggio di stare in mezzo.
Io appartengo alla prima categoria.

Ho amato Lemonade per diversi motivi, il primo dei quali è che è scritto bene. Due, tre spanne sopra la media. Il secondo è che, a differenza del 99,8% dei romance, i personaggi principali non sono eroi/eroine senza macchia e senza paura, donne coraggiose oltre ogni logica, uomini fantasmagorici completamente irrealistici.

Christopher Davenport è l’eroe del romanzo e contemporaneamente l’antieroe di se stesso. Spietato, deplorevole, cinico, arrogante, imperdonabile, spesso letteralmente disgustoso.

Eppure.

Christopher Davenport è un uomo solo, disperato, bisognoso di affetto, anzi, alla disperata ricerca di qualcuno che lo ami, disposto a fare qualsiasi cosa pur di non farsi portare via l’unica persona che abbia attirato il suo interesse da non si sa quanto tempo a questa parte.

Christopher Davenport è puro istinto. Negli affari agisce da freddo calcolatore ma se si parla di rapporti interpersonali è solo ed esclusivamente istinto. Agisce, poi pensa. Agisce, nonostante il cervello gli dica di fermarsi. Agisce perchè è l’unica cosa che sa fare.

Christopher ha un piano. Un piano di vendetta (come dargli torto) che ha elaborato anni addietro e che ha maniacalmente seguito fino ad oggi, quando per puro sbaglio incontra anzi, si scontra, con Anna, ragazza povera, ordinaria, non particolarmente brillante in società, ma dotata di una straordinaria capacità di contrastarlo e di non farsi intimidire.

Anna lo detesta immediatamente. Contro ogni avvertimento del suo cervello, che le fa costantemente notare quanto quell’uomo imponente sia palesemente pericoloso, non può esimersi dal contrastarlo, dal provocarlo, dal non cedere di fronte alle sue prevaricazioni.

Lemonade è un libro che parla del fallimento. Della fatica che spesso si fa per ottenere un risultato per poi rendersi conto che, nonostante tutto, non arriverà mai. Lemonade parla dell’incapacità di un uomo di amare. O meglio, dell’incapacità di un uomo di dimostrare i propri sentimenti senza prevaricare, ferire, torturare. Lemonade ci fa vedere senza pudore i risultati di un’infanzia brutale. Ci porta dritti nell’inferno personale di Christopher ( e di conseguenza di Anna) mostrandoci il peggio di un uomo e dandoci solo una piccola, infinitesimale ma fondamentale speranza per il futuro.

Ora non voglio spoilerare ma mi sembra corretto avvertire chi voglia leggerlo che il romanzo contiene una scena di stupro, scritta in modo che al lettore non venga nascosto nulla. E’ brutale, realistica, fastidiosa. Ma perfettamente “in character”.
Grazie a questa scena, per nulla gratuita, capiamo tutto quello che c’è da sapere su Christopher. La sua disperazione, la sua solitudine, la sua follia, il suo bisogno di avere e, in un modo contorto e non proprio usuale, di amare.

Se Anna può sembrare a volte “senza palle” dobbiamo ricordarci che a differenza di quanto leggiamo solitamente nei romance storici, nell’Ottocento le donne non avevano alcuna voce in capitolo. Non valevano nulla, non contavano nulla, non avevano alternative concrete al matrimonio. Erano semplicemente delle fattrici, utili solo a generare eredi e mantenere o innalzare lo status sociale della famiglia.
A fronte di queste considerazioni, l’atteggiamento di Anna è perfettamente coerente e comprensibile. Oltretutto non possiamo dimenticare che nonostante tutto, sin dall’inizio, Anna vede in Christopher quel qualcosa che lui non sa nemmeno di avere.

Non è la classica storia d’amore con l’eroe drammaticamente segnato dal suo triste passato, ma capace di controllarsi e trattare la donna amata come un fiore prezioso. No. E’ una storia d’amore nella quale sin dall’inizio si innesca una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro. E’ una guerra. La guerra di Christopher che, per esorcizzare il suo passato, sarebbe capace (è capace) di passare su tutto e tutti. Ed è una storia d’amore che comincia violenta, incompresa, brutale, completamente folle, fondata sulla prevaricazione e sulla violenza, per poi lentamente retrocedere passo dopo passo fino all’epilogo, che coincide con un fallimento bruciante.

Un fallimento che è catarsi.

Un fallimento che spegne il sacro fuoco che alimentava Christopher, lasciandolo completamente svuotato, vulnerabile, libero.

Lemonade non ha un eroe che fa battere il cuore, non ha un’eroina nella quale è piacevole identificarsi, ma è fottutamente vero. Mancano completamente tutti gli espedienti che edulcorano la realtà. Lemonade ci sbatte in faccia solo la verità ossia che la vita è spesso crudele, esasperante, sfiancante e che il matrimonio non è solo zucchero filato ma spesso e volentieri una corona di spine.

Dobbiamo dire grazie ad un’autrice che ha avuto il coraggio di scrivere una storia non facile, non banale, non rassicurante. Dobbiamo fare lo sforzo di non focalizzarci su quattro brutali pagine dimenticando le altre 300, perchè faremmo un torto imperdonabile ad un libro che ha la sola colpa di non volerci dipingere il mondo per qualcosa che non è. Ma si sa, spesso la verità è troppo scomoda per essere accettata e celebrata.

Ogni capitolo è introdotto da un aforisma che ci aiuta a capire il fulcro degli avvenimenti; aforismi perfetti, tutti meravigliosi e azzeccatissimi.
A tutti i personaggi è dedicata la giusta attenzione. Ben caratterizzati, delineati, spesso capaci di stupirci.

Dopo aver letto Lemonade non posso esimermi dal leggere Capitan Swing sperando che non deluda le mie ormai alte aspettative.

In poche parole

Un eroe che è antieroe, un amore che è prevaricazione, un fallimento che è vittoria.

Poschina