Il Duca e la Dama in Rosso – Lorraine Heath

God Bless You, Lorraine.

La Trama: Londra, 1874 – Tormentato da un doloroso segreto, il Duca di Avendale ha da sempre cercato l’oblio nel vizio e nell’alcol, al punto da trasformare la sua vita in un monotono turbinio di donne, partite a carte e sbronze. Ma durante una festa, all’improvviso il suo mondo grigio è attraversato da un acceso e vibrante rosso, l’abito di una dama che da subito cattura i suoi sensi. Sedurre Rosalind è poco più di un gioco per lui, almeno sino a quando non la sorprende intenta a fuggire da Londra con i suoi soldi. Deciso a punire la truffatrice e a soddisfare i propri desideri, le promette che non la denuncerà se accetterà di passare una settimana a sua completa disposizione… nel suo letto. Tuttavia, il tempo trascorso insieme gli permetterà di conoscere la donna nascosta dietro le bugie e di scoprire che per lui non rappresenta più soltanto passione e piacere, ma la possibilità di tornare a vivere davvero.

Ed ora la parola alla giurata con spoiler ovunque perchè non ho voglia di sbattermi per evitarli

Noi ti amiamo.
Sia la mia parte oscura in cerca di bruttezze in cui crogiolarsi che la mia parte patetica che si commuove per più o meno tutto, ti amiamo. Amiamo te, ex piccolo Duca di Avendale, ora uomo fatto e finito, grande, grosso, moro con occhi scuri, sempre e costantemente eccitato, con il vergone in tiro costante che fai di tutto per infilarlo nella guaina di Rosalind. Perchè dopo la disastrosa esperienza letteraria dei giorni scorsi, avevo bisogno di credere che nel mondo ci fosse ancora qualche maschio Alpha pronto a inondare di Regale Seme le vagine inviolate di giovani pulzelle.

Qui siamo al cospetto del bellisissimo e spietatissimo nonché dissolutissimo Duca di Avendale, colui che porta con sé il patrimonio genetico di un uomo dedito alla box casalinga, per capirci il padre usava la piccola e timida moglie come fosse un punching ball, fino a ridurla in fin di vita e a costringere gli amici di lei a nasconderla per evitarne la morte. Però lui, il piccolo Duchino, non ricorda nulla delle botte che ha preso sua madre, e nemmeno che il padre fosse un despota manesco e meschino ma è convinto del contrario, al punto che negli anni si è isolato dalla famiglia rifugiandosi nella dissolutezza più totale per fuggire da un passato triste, confuso e drammatico [ed anche oggettivamente incomprensibile per un bambino].

Lei invece è  Rosalind, una truffatrice che cerca un pollo abbastanza grosso da spennare per poter vivere tranquilla per un po’ di tempo con il fratello e il gruppo di amici molto speciali con cui vive. Ha deciso di smetterla con i signorotti di campagna e di puntare all’aristocrazia, peccato che incappi in Avendale che la punta come un pointer appena entra nel nuovo locale di Drake e decide che, costi quel che costi, lui la deve assolutamente avere.

E fin qui, direte voi, siamo nella fiera delle banalità.

Sì.
Chiaro.
Ma.

Le prime 10 pagine mi avevano delusa, non sentivo pathos, non ne potevo nemmeno più di leggere le proclamazioni di dissolutezza e depravazione di Avendale e mi ero preparata alla noia armandomi di Maalox e di patatine al formaggio fino a che……
….
…..
non so nemmeno bene come, ma il libro ha cominciato a decollare.

Forse perchè lui non la vede immediatamente come il sole della sua vita ma piuttosto come qualcosa di diverso che lo eccita e al quale non ha intenzione di rinunciare o forse perchè lei mi ha fatto tenerezza,  è convinta di poter tener testa a uno che nella vita non fa una beneamata minchia se non scopare e comandare. La nostra ingenua Rose pensava di poterlo abbindolare con il giochino del “Te la faccio annusare ma poi col cazzo che te la do”… ahahhahahahah… illusa. Infatti alla prima occasione lui la slingua come dio comanda (fa parte dell’ormai sempre più esiguo esercito degli slinguazzatori da manuale) e la sditalina donandole il suo primo, meraviglioso, intenso orgasmo. In pratica ad Avendale bastano 2 colpi di lingua e 3 di dita per ribaltare la situazione e ad avere di fronte a se una donna disposta a tutto pur di finirci a letto insieme.

In questa serie la Heath si concentra su malattia, dolore e deformità ma soprattutto sulla sofferenza che ne deriva, e lo fa in grande stile ossia facendo copulare i protagonisti in continuazione, martellando il tasto del sesso e distribuendo orgasmi ed intimità in ogni anfratto e lo fa anche bene (o almeno nel primo libro e in questo… quello di mezzo ancora non l’ho inquadrato bene. Lo rileggerò), lo fa riuscendo a sfruttare la passione tipicamente femminile del voyeurismo e della indomabile attrazione per il pettegolezzo, ossia alternando scene di sesso più o meno Hot a confessioni drammatiche sul proprio passato.

Brava, il mix funziona. E’ come leggere Giallo e Novella 2000 insieme.

Tornando al libro, questi due esseri che hanno alle spalle delle Sad Story da manuale, non potevano che scoprirsi anime affini e nonostante succeda di tutto e di più, fino a oltrepassare la sottile linea che divide il Romance dal Fantasy ben più di una volta, sono rimasta incollata alle pagine come le etichette adesive di merda restano attaccate ai bicchieri nuovi, e ammetto senza vergogna che avrei voluto leggere ancora e ancora, sapere come si sono sposati, dove, come è stata accolta Rosalind, perchè, con chi, quando, quanto…. sì insomma….ero avidissima di piccoli, insignificanti particolari….e questo è un bene. Un gran bene.

Tutto bene quindi?

No.
A volte il buonismo è eccessivo e anche il cambiamento del dissoluto e cinico Avendale in alcune parti risulta forzato, nonostante avvenga gradualmente. A mio avviso il rapporto tra Avendale e la madre andava approfondito un po’, soprattutto a fronte delle sconvolgenti scoperte in merito al passato e anche perchè è il perno su cui per anni si è fondata l’intera filosofia di vita del giovane…non è che basti un colpo di spugna per eliminare 30 anni di vita. Magari. Avrei gradito più presenza dei vecchi amici di Avendale, il gruppo di figli dei monelli di Feagan, che invece sono inutili come le carotine decorative nei piatti di carne anni ’80.

Però avercene.
Non so quanto il mio entusiasmo sia dovuto all’aver approcciato il libro dopo essermi annoiata a morte con quello precedente, e quanto sia dovuto alla storia ma non mi interessa più di tanto, ho passato ore intense a leggere come se fosse l’unica cosa importante nella vita, ho visto un uomo innamorarsi lentamente, contro la sua volontà e arrendersi alla consapevolezza di aver costruito un’intera vita su un presupposto sbagliato. E ho conosciuto una donna che nonostante aspiri al titolo di SantaMariaGorettidelRomance 2017 non mi ha fatto venire voglia di strapparle le unghie con una pinza (una specie di miracolo).

Che dire?
Correte a comprarlo.

In poche parole

E’ come leggere Giallo e Novella 2000 insieme. Non proprio una bomba ma quasi.

Poschina

p.s. non sono l’unica che non si raccapezza nell’albero genealogico del gruppo di Feagan, anche Rosalind, messa di fronte a tutte le coppie e ai loro numerosissimi figli afferma di non riuscire a collegare tutte le complicate parentele.

 

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Un Amore Proibito – Karen Robards

Questo è chiaramente un libro definibile come “Lammerda che piace” perchè è un coacervo di situazioni irritanti, personaggi immaturi, sborrate epiche in vagina non curandosi delle conseguenze e, soprattutto, c’è il Personaggio Femminile più irritante della Storia dei Personaggi Femminili, e per par condicio il Personaggio Maschile più Immaturo della Storia dei Personaggi Maschili….MA, piace. Cioè, tu sai che è una merdata e che la scrittrice mentre lo scriveva ti perculava preventivamente e si faceva grassissime risate alle tue spalle, e nonostante tutto, senti dentro di te l’imperativo di finirlo.

La Trama: Sebbene abbia compiuto diciassette anni, Megan Kinkead si comporta ancora come una bambina sventata, e come tale Justin Brant, sesto conte di Weston e suo tutore, intende trattarla. Non riesce più a sopportare le intemperanze di quella volubile ragazzina che si è fatta espellere da diverse scuole e che ora rischia di essere allontanata anche dal prestigioso collegio dove a fatica è riuscito a iscriverla.

Ed ora la parola alla giurata – Solo Spoiler autocompiaciuti

Ho creato per questo capolavoro dell’assurdo una nuova categoria chiamata “Maalox Plus” perchè solo drogandoti di questo medicinale riuscirai ad arrivare senza nefaste conseguenze alla fine del libro.

Ma andiamo con ordine. Justin è un trentaseienne rampante, fighissimo, scopatore seriale di donne di dubbio gusto, ed esasperato da quella grandissima cagacazzo della sua pupilla, la quale continua a scappare o a farsi espellere dai prestigiosi istituti in cui lui la segrega pur di non averla tra le palle.
Dopo l’ennesima espulsione o roba simile, la va a raccattare nella remota tenuta ad inculandia nella quale si era rifugiata per cercare di internarla da qualche parte, solo che un piccolo imprevisto gli impedisce di rispedirla a scuola.

Il piccolo imprevisto si chiama “Verga Turgida”. Maalox
Ebbene sì, appena la vede il suo regale uccello si indurisce tutto e non c’è verso di mandarlo giù nemmeno pensando ai micini morti. La nostra ex bambina capricciosa ed insopportabile è divenuta, crescendo, una giovane diciassettenne bellissima e anche un po’ vacca, cosa che capiamo subito perchè ha un indice di civetteria pari a mille. Maalox

Comincia quindi un fastidiosissimo balletto che vede da una parte un Justin che se la vorrebbe scopare ma è frenato da giustissimi dilemmi morali e dall’altra una Megan che non fa altro che provocarlo più o meno consciamente [secondo me il troione sa perfettamente quello che sta facendo, perchè piange a comando, si fa trovare nella di lui camera in camicia da notte e gli si struscia contro…], fino a quando lui non la bacia con quei 10/12 metri di lingua che la riempiono di desiderio e la fanno bagnare come un gavettone da 6 litri non sarebbe in grado di fare. 2 Maalox

Come tutti ormai sappiamo benissimo, un bacio è solo il preludio ed infatti a breve assistiamo ad una notte di passione, tenerezza e imeni rotti, che si conclude con la ripetuta inondazione vaginale di seme. 2 Maalox

Postilla….. è inutile che voi scrittrici di romance del cazzo continuiate a scrivere roba del tipo “Sentì il getto bollente del suo sperma all’interno del proprio corpo” perchè gli uomini non eiaculano lava Zio Caro. Non si può sentire. Non è accettabile. Lo sperma non è incandescente è a temperatura corporea, quindi non si sente. Non si sente. Non si sente. Al massimo puoi sentire le pulsazioni del pene, ma questa è un’altra storia.

A seguito della Scopata delle Scopate avviene un dialogo grottesco nel quale lei gli dice qualcosa del tipo “Ah Justin, quanto ti amo….pensa come sarò felice quando saremo sposati” e lui risponde: “Sposati? Ma sei deficiente? Io sono già sposato con una che non vedo e non sento mai e che non vuole mai trombare con me e tu sei solo una ragazzetta che mi sono sbattuto perchè avevo la fregola”. Maalox + Face Palm

Potrebbero anche chiarirsi e dichiararsi eterno AMMMMOOOOOORRRREEEEEE ma, sfiga vuole, piomba come un falco pellegrino affamato su un topo la di lui moglie e si porta la zoccolaccia a Londra per la stagione.

Nella Big City Megan riscuote un certo successo, anche perchè il mix figaggine + civettaggine + zoccolaggine non ha eguali e quindi si circonda di begli ometti tutti striscianti e sbavanti in attesa che lei decida chi scegliere tra la massa. Ma i bellimbusti  non sanno che lei nasconde un segreto………..

…….

….

..

Ha un ritardo di mezzo secondo e sente di essere incinta, ama già quella creatura che sta crescendo dentro di lei ed è preoccupata perchè non sa come dirlo a Justin. 4 Maalox + Un Bicchiere di Gaviscon all’anice e sospensione momentanea del libro per bestemmiare in pace

Se avessi avuto un figlio ogni volta che ho avuto un ritardo a quest’ora saremmo più o meno a quota 1000. Ma si sa che le eroine romance e il 99,9% delle donne che conosco rimangono incinta scopando una volta. E per una volta intendo Una sborrata=una gravidanza. Me ne farò una ragione.

Cmq. Quando il nostro eroe arriva a Londra e scopre che Megan è supercorteggiata diventa una bestia preda della gelosia e comincia ad impedirle di fare questo e quello, dimostrando di non aver capito una beneamata minchia del carattere della zoccolaccia e spingendola in questo modo tra le braccia di uno dei libertini più libertini del momento.

I giorni passano e Megan è oramai certa di essere gravida [Pausa Maalox] ciononostante non dice nulla al bel Justin ma continua a troieggiare con tutti ma soprattutto con il libertinerrimo fino a che quest’ultimo non pretende attenzioni e lei, essendo la Madre di tutte le Gatte Morte del Mondo, fa la preziosa e costringe Justin  a menarlo e sfidarlo a duello. Maalox

In mezzo a questa cagnara c’è il tempo per un po’ di sesso, infatti Justin, da maschio Alpha qual è, continua a marcare il territorio con la sua regale sborra, senza MAI, nemmeno per sbaglio, venire fuori dalla vagina. Un po’ sulla vulva? NO. Solo ed esclusivamente in vagina. Ah….non li fanno più gli uomini di una volta…. Maalox

Siccome Megan ha questo piccolissimo problema chiamato gravidanza, decide che deve prendere provvedimenti perchè dio non voglia che partorisca un bastardo, è probabile che voi non vi siate resi conto, perchè in effetti non viene ripetuto 10000 volte ogni pagina, che lei vuole già bene a questa creaturina che cresce dentro di lei e che…….

……………………………… Sbadiglio + Maalox preventivo + fetta di pane con copioso strato di Nutella.

…decide di farsi sposare da un babbo di minchia in modo di dare un padre al Figlio della Colpa. Ma Justin non ci stà, la rapisce e la porta a suon di vergate in vagina, in una delle sue 500 magioni sulla costa. Durante il viaggio lei, per cercare di convincerlo a farle sposare il babbo di minchia, gli rivela di essere gravida e si stupisce molto che lui se la prenda a morte perchè non gli aveva detto nulla della gravidanza e voleva dare un altro padre al suo erede. Ma quanto sei rincoglionita? E quanto sei stronza? E quanto ti prenderei a calci? E giù di Maalox

Ora la faccio breve: Justin la molla nella magione, lei passa le giornate coccolando la pancia perchè si è già affez….. (segue come sopra) finchè quando giunge all’ottavo mese di gestazioni lui torna e c’è questa bellissima e romanticissima scena sulla scogliera con lui che le dice “C’è qui il prete, ci sposiamo perchè ho ottenuto l’annullamento” e lei che risponde “Col cazzo, faceva bene Alicia a non dartela mai” e lui le da uno schiaffo.

Ed ora finalmente lo posso scrivere….

BOOOOOOOOOOOOOOMMMMMMMMBBBBBBBAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!

Megan si sente mortalmente offesa e scappa.
Incinta.
Di 8 mesi.
Su una scogliera.
Piangendo.
Ad occhi chiusi.

E non vorrei ma sono costretta a ricordarvi che parliamo di una che ha rotto il cazzo da quando era incinta di 0 giorni di quanto amasse la sua minuscola creatura e di quanto la sua vita ruotasse intorno al benessere del futuro Figlio della Merda. Bene. Mi sembra coerente correre sul bordo di una scogliera/dirupo/sailcazzo con il rischio di cadere e ammazzare te stessa e la creatura, ma soprattutto la creatura.

E infatti.

Cade come corpo morto cadde. [Notare come so girare le citazioni a piacimento] Lei non si fa una sega ma le parte il travaglio….ci sono complicazioni e Justin deve scegliere chi salvare. Inspiegabilmente decide di salvare Megan. Nasce quindi un bellissimo bimbo morto che per comodità moral/letteraria aveva qualcosa come 10 giri di cordone ombelicale intorno al collo e quindi è altamente probabile che cmq non sarebbe sopravvissuto nemmeno se fosse arrivato a termine.
Questo solo per non doverci confrontare con una Megan che a tutti gli effetti, ha ammazzato suo figlio perchè è infantile, stupida e vacca.

Purtroppo però tutte queste vicissitudini non impediscono ai due piccioncini di chiarire i loro sentimenti, vivere in armonia e procreare. Anzi, ci subiamo prima delle stucchevolissime scene del tipo “Ti amo” – “No, ti amo di più io” – “Ma io sono stato stronzo” – “Ma io ho ucciso tuo figlio” e via dicendo di sbadiglio in sbadiglio, di Maalox in Maalox, e a seguire il cazzo di epilogo con tanto di figlia già nata (rigorosamente concepita alla prima scopata post aborto e se ve lo state chiedendo ve lo dico io, sì…ho fatto i calcoli) e di scopata per mettere in cantiere il secondo.

Ammazzatevi tutti.

Su internet si passa, palando di recensioni, dalle entusiaste: “Lo amo come fosse la mia orchidea preferita” alle femministe incallite che hanno visto in Justin e nella sua totale immaturità il Demonio in persona: “E’ un orribile esempio di maschilismo strisciante, un personaggio bruttissimo, ai limiti della pedofilia….. e via dicendo”.

Io l’ho detestato con l’anima dall’inizio alla fine, ma è così fastidioso, irritante, stupido, con personaggi completamente irrealistici, odiosi e idioti (che sicuramente si meritano), che il libro fa il giro e diventa appunto “Lammerda che piace” perchè l’autrice dopo 10 pagine ha già raggiunto il fondo ma decide di non fermarsi e di continuare a scavare e scavare in cerca di chissà che cosa e questa dedizione all’orrido, questo sudore speso per scrivere 276 pagine di merda, vanno in qualche modo premiati. Io li ho premiati finendo il libro ed evitando di bruciarlo durante un sabba orgiastico, mi riservo però di usarlo per una messa nera in futuro.

In poche parole

Che cos’è in fondo un bacio se non il preludio di litri e litri di sperma incandescente riversati in vagina?

Poschina

Cime Tempestose – Emily Bronte

Stavo facendo una recensione di Venetia di Georgette Heyer ma mi sono bloccata. Leggo poche cose nuove (mi sono appena riletta TUTTA Miss Black) e in questo particolare periodo ho dei cazzi per la testa che mi impediscono di concentrarmi pienamente sulla lettura. Bei cazzi, per carità. Avercene di cazzi così. Ben proporzionati, belli da vedere, nuovi da sperimentare….
Si beh. Non che ve ne freghi qualcosa.
Ma tra un pensiero e l’altro sono incappata nel lato oscuro del Romance, ossia uno dei libri con un concentrato di cattiveria e barbarie impressionante. Lui; il semplicemente adorabile “Cime Tempestose”.

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La Trama: Il romanzo di Emily Brontë narra la storia di Heathcliff, del suo amore per Catherine, e di come questa passione alla fine li distrugga entrambi.

Ed ora la parola alla giurata

Se Jane Eyre è l’antesignano di tutti gli Harmony, Cime Tempestose è il lato oscuro del Romance. E quando dico oscuro, intendo quelle passioni malate, distorte, insalubri che portano solo morte e distruzione. Dio…. quanto amo questo libro.

La prima volta che mi approccio all’impronunciabile Wuthering Heights, ho circa quindici anni e sto uscendo a fatica dall’infatuazione per Edward Rochester. Potete immaginarvi senza fatica lo shock emotivo nel trovarmi di fronte ad un eroe che è l’antieroe di se stesso, un uomo brutale, vendicativo, cattivo fino al midollo, capace di passioni violente e inarrestabili e di gesti ingiustificabili che non hanno fatto altro che alimentare le mie fantasie adolescenziali, spingendomi, per il resto della vita, a cercare un bagliore Heathcliffiano negli uomini che ho conosciuto.

E’ difatti noto all’umanità che se devo scegliere tra l’eroe senza macchia  e senza paura ed un bastardo che, quasi sicuramente, maltratterà la nostra eroina prima di arrendersi all’Ammmore, io sceglierò sempre e comunque il secondo, senza ombra di dubbio. Altrimenti come spieghereste la mia passione per gentaglia come Christopher o Guy? Sì, è solo colpa di quel grandissimo infame di Heathcliff e della sua fottutissima cattiveria non poi così gratuita se con me il bastardo ha sempre avuto vita facile.

Ma passiamo a noi.

Primo: se proprio dovete guardare una trasposizione cinematografica scegliete quella attempata con Laurence Olivier. Per dio; evitate come la peste l’imbarazzante versione Rai caratterizzata da Alessio Boni con un castoro morto in testa e saltate a piè pari quella con Ralph Finnes e nonricordopiùchialtro perchè a me è partito il fottone dopo dieci minuti.

Secondo: Alla tizia che nelle recensioni Amazon ha scritto “libro noioso, lento….” e via dicendo farei leggere a ripetizione “I Malavoglia” rigorosamente in ginocchio sui ceci.

Ma passiamo a noi (e due)…

Nella sperduta campagna inglese vive una famiglia composta da mamma, papà e due figli viziatissimi. Un giorno il padre va in viaggio e al ritorno si trascina dietro un sudicio bambino (e NESSUNO riesce a togliermi dalla testa che sia il suo figlio bastardo avuto da quale prostituta di origine mediterranea). Fatto sta che il bimbo in questione si dimostra abituato agli abusi e piuttosto coriaceo nel carattere. Paparino ha una spiccatissima predilezione per il bastardello e la giovane, viziata, insopportabile Catherine, comincia a nutrite un affetto sospetto per il moro trovatello.

Quando il vecchio schiatta, il figlio Hindley diventa proprietario della tenuta e comincia a tiranneggiare il povero, bello, sicuramente superdotato Heathcliff, mandandolo a fare i peggio lavori ed inasprendo così un carattere già ai limiti del sociopatico.

Una sera mentre il bastradello e la viziatona stanno spiando i ricchi vicini di casa (notare che viene specificato come ridano di loro), vengono scoperti e a seguito dell’aizzamento dei cani contro gli intrusi, la viziatella viene ferita. Quando si rendono conto di chi hanno tra le mani, cominciano a trattarla da “little Princess” mentre scacciano il povero Heathcliff manco fosse il figlio del figlio della serva.

Da questo momento in poi assisteremo alla lenta ed inesorabile discesa negli inferi.

Catherine non farà altro che esaltare quei pappamolle dei Linton facendo morire dentro Heathcliff, ed essendo sempre stata vittima di vanità e aspirazione alla ricchezza, comincerà a comportarsi da piccola puttanella altolocata. Il bastardello verrà lasciato da parte sempre più spesso fino al giorno in cui, origliando, sentirà Catherine dire alla domestica che “non potrà mai stare con un buzzurro come Heathcliff e che si vergogna di lui”.

Ed ecco il BM di tutta la storia.

Heathcliff, ascoltate queste parole poco lusinghiere fugge e non rimane a sufficienza ad origliare per sentire la puttanella cosmica dichiarare “Io lo amo, siamo affini, mi conosce meglio di chiunque altro, non posso pensare ad un’esistenza senza di lui” ed altre smielate del genere.
Dopo aver fatto outing con la domestica, si scopre la fuga di Heathcliff e Catherine ne rimane talmente sconvolta da sposare il giovane, noioso, molle, antipatico erede dei Linton.

Tre anni dopo (Minchia 3 anni !!!) un gran figo si affaccia in quel della landa desolata. E’ lui. Il vendicativo Heathcliff che ha passato il tempo acculturandosi, ripulendosi, infighendosi e accumulando denaro [scommetto la mia tetta sinistra che ha fatto il tutto in modo illegale]. Torna a casa, sottrae l’antica magione all’odiatissimo Hindley che ormai è uno sbevazzone dedito al gioco e poi si presenta a casa Linton per dimostrare quanto sia notevolmente figo. Catherine per poco non ci rimane secca e quella cretina, superficiale, stupida della sorella di Edgar: Isabella, si invaghisce del bel tenebroso al punto di convincersi che lui la ami…. ahahahahhahahahaha… mio dio Isabella, sei la vergogna del nostro sesso. Ma non lo sai che uomini come Heathcliff amano una sola volta ed è per sempre? Ma dico io !!!! E’ l’ABC delle relazioni con un sociopatico.

Cmq. Catherine insiste nel cercare di convincere Isabella che il figaccione non la ama proprio per un cazzo e anzi, che le fa la corte solo per indispettire Edgar e per far soffrire lei. Purtroppo Catherine non conosceva la sottile arte della psicologia inversa e con il suo maniacale impegno nel dissuadere la cognata, non fa altro che spingerla tra le braccia e nel letto dell’amato Heathcliff. Una volta sposati, lui la maltratta psico-fisicamente e voi donnicciuole che leggete di uomini dominanti e brutali, finchè non avete letto questo libro non potete avere idea di cosa significhi la parola prevaricazione.

A questo punto Catherine è praticamente sull’orlo dell’esaurimento nervoso, oltre ad essere, ovviamente, gravida. Ama ancora appassionatamente e visceralmente il bastardello e lui è sempre più crudele con tutti, cosa che la fa soffrire perchè vogliono farci credere che, in fondo, lei sia una pura di cuore. Mentre giace quasi sul letto di morte, con il pancione al nono mese, Heathcliff corre da lei ed in una scena straziantissima i due ex fratellastri, ex amanti, ex rivali, si dichiarano eterno amore. Poi lei mette al mondo una splendida bambina e schiatta.

Se possibile, Heathcliff peggiora sensibilmente e schiavizza chiunque. Sua moglie, il figlio, il figlio di Hindley e la figlia di Catherine e anche i cani. Tutti vittime della profonda infelicità di quest’uomo. Ed il fatto che io provi per lui una certa compassione e che lo reputi a tutti gli effetti l’Eroe degli Antieroi, la dice lunga su quanto abbia bisogno di un aiuto psicologico.

Poi certo, qui siamo solo a metà libro e di cose ne devono succedere un botto, ma riguardano la storia tra Hareton (figlio di Hindley) e Catherine Jr., è un pappone atto a dimostrarci come le cose tra Heathcliff e Catherine avrebbero potuto essere se il destino non fosse stato avverso e a noi, della versione edulcorata della storia, non frega assolutamente niente.

Finirà bene?
NO, cazzo !!!! E’ uno dei motivi che mi fa amare questo libro oltre ogni immaginazione.
Finisce con Heathcliff che ossessionato dal fantasma di Catherine, fugge di casa disperato, va al cimitero, dissotterra quel che resta della sua amata e poi viene trovato defunto nel suo letto, così decidono di seppellirlo vicino alla sua adorata zoccoletta.

Ah, che bella storia d’amore.
Triste, disperata, avvilente, degradante, mortificante…. eppure così perfetta. Nell’immaginario collettivo, infatti, questa storia dominata da passioni violente, gelosie estreme, atti di egoismo al limite del tollerabile, prevaricazioni di ogni tipo e soprattutto da testardaggine infinita, è considerata una Grande Storia d’Amore.
E non sia mai che io mi discosti dall’immaginario collettivo.

Io ci sguazzo nell’immaginario collettivo.

Ma non voglio chiudere senza dirvi che io considero Catherine una donna insopportabile. Vanitosa, vittima dell’idolatria della ricchezza, superficiale, accentratrice e soprattutto la causa di tutti i mali del mio povero, sensibile Heathcliff.

In poche parole

Out on the winding, windy moors we’d roll and fall in green. You had a temper, like my jealousy too hot, too greedy. How could you leave me? When I needed to possess you?
I hated you, I loved you too (K. Bush)

Poschina

Blood Catcher – Christiana V.

Ebbene sì. Alla fine l’ho ripreso in mano e mi sono lanciata in questa avventura. [No, ironizzare su “l’ho ripreso in mano” sarebbe troppo facile, da voi mi aspetto di meglio]
Lo sapevo che alla fine avrei ceduto, lo sapevo come sapevo benissimo che oggi sarebbe stata una giornata di merda. Ed infatti…. Per la cronaca, non so quando sarà finito il post e in che data lo pubblicherò, ma l’oggi a cui mi riferisco è il 14 Ottobre. Che giornata di merda e che tristezza, quanta tristezza…
E voi che ormai mi conoscete, sapete certamente che tristezza abbinata a lettura può significare solo due cose: amore incondizionato o accanimento selvaggio.

Dove collochiamo questo Blood Catcher?

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La Trama: Quindici giorni. È questo il tempo che serve a Lotus per trovare una nuova preda e prepararla per il suo Padrone. Questa volta la ricerca lo conduce ad Aurora, vicino Chicago, dove incontra una creatura perfetta. Camille, quarant’anni, due figli e un matrimonio traballante, è la tipica casalinga frustrata. Sarà proprio questa frustrazione a stuzzicare i sensi da Blood Catcher di Lotus che, giocando al gatto col topo, la braccherà fino a farla cedere e a risvegliare in lei sensazioni assopite. Tutto sembra andare come previsto per Lotus, eccezion fatta per alcune inopportune emozioni che lo assalgono quando meno se lo aspetta, rischiando di mettere a repentaglio la missione.

Ed ora la parola alla giurata

Stranamente non mi accanisco. Ne sono stupita io per prima. Stupita al punto da andare a guardarmi allo specchio del cesso per vedere se sono veramente io, oppure se mi sono trasformata in qualcun altro.

Blood Catcher ha confermato tutti i timori che mi avevano sempre impedito di finirlo. Quello che paventavo era che l’idea di partenza tutto sommato interessante (una creatura della notte che sente le emozioni in forma di odori) si perdesse per strada in funzione di multoirgasmi e sentimentalismi vari.
Non è che io abbia qualcosa di speciale contro i multiorgasmi in sé. E’ solo che anche loro hanno diritto di essere collocati in modo non dico logico, ma quantomeno funzionale alla trama. E il sentimentalismo, l’AMMMOOOOREEE e il pucci, hanno bisogno di essere sviluppati a dovere, altrimenti si rischia di trovarsi al 94% del libro a chiedersi “Ma quando tutto questo sentimento è sbocciato, io, precisamente, dov’ero?”

Partiamo da un presupposto semplice: Io, le creature della notte succhiasangue, perverse e con la fissa per gli esseri umani le rispetto profondamente e visceralmente da che ho memoria, quindi uno come Lotus avrei dovuto venerarlo istintivamente. E’ una creatura oscura, affascinante, perennemente in vena di scopare, ama la buona cucina, fa i soldi sulla pelle di vittime più o meno innocenti e tutte queste caratteristiche contribuiscono a renderlo, sulla carta, quasi divino. Allora perchè invece di ritrovarmi a sbavare ogni dieci secondi e ad avere un nuovo personaggio maschile fittizio per alimentare i miei sogni erotici mi sono ritrovata a fine libro piuttosto freddina?

Freddina io.
Una che se si pronunciano nella stessa frase le parole Daniel Craig e Muro viene travolta dai prodromi dell’orgasmo.

Mi sono ritrovata freddina perchè tutto quello che succede avviene apparentemente senza motivo e nel giro di un battito di ciglia.

Lei è una quarantenne completamente priva di personalità, ex ragazza in gamba, sensuale e intelligente, finisce per essere una donna dominata dal marito che, per inciso, non se la scopa da cinque anni [ed io scommetto che lei manco si masturba pensando a Daniel Craig, perdendosi peraltro uno dei piaceri della vita], la tratta come una merda spiaccicata, le ha fatto fare due figli, la mortifica costantemente e l’ha resa ai miei occhi una donna irritante. Io uno che mi dice “Togliti quella roba dalla faccia che sei ridicola” dopo che ho passato mezz’ora a truccarmi, lo defenestro nel giro di un nanosecondo e poi vado in bagno a caricare pesantemente il trucco, solo per irritare mortalmente il lurido pezzo di merda.

Che poi sarebbe anche un personaggio interessante la quarantenne sfigata e sottomessa se almeno si capisse il processo che l’ha trasformata da “futura donna in carriera con le palle” a “casalinga sciattona sull’orlo del suicidio”. A me interesserebbe in modo particolare sviscerare il momento esatto in cui ha perso le palle, giusto per non rischiare di fare la stessa fine.

Lui abbiamo già detto cosa fa e com’è, quello che ancora non sapete è che lui la vede e qualcosa cambia. Prima la taccheggia per lavoro, poi scopre che non è così male e la taccheggia per scoparsela, poi si accorge che non vuole solo scoparsela ma che la sente sua, come l’altra metà della mela di platoniana memoria e che deve svegliarla dal suo torpore e riportarla alla vita.

Ed ora scadiamo nella grevità e spoileriamo pesantemente

Ma come si può svegliare una quarantenne scialba dalla suo torpore?
Ovviamente a vergate nella vagina.
Che domanda stupida.
Perchè secondo le donne che scrivono i libri che piacciono alle donne, vergate nella vagina è la medicina che cura tutti i mali, in questo caso anche letteralmente visto che grazie al graniticissimo Lotus a lei scompare anche il cancro. Mica il raffreddore. Il Cancro. E chiariamo che io non ho nulla nemmeno nei confronti delle vergate nella vagina, anzi sostengo che se tutte le donne prendessero questa medicina ci sarebbero un sacco di inacidite in meno sulla faccia della terra. Amen.

Il problema è che va tutto bene finchè lui non la fa sua. A proposito, lui slinguazza come se non ci fosse un domani, è lo slinguazzatore degli slinguazzatori. A lui piace slinguazzare come agli adolescenti. E questo va bene perchè slinguazzare piace molto anche a me e se io sono contenta è tutto grasso che cola.
Dicevamo, la fa sua e immediatamente è Amore. Quell’amore splendido che ti fa mandare a puttane tutto quello in cui hai creduto fino a un orgasmo fa o nel caso di Lotus, ad un omicidio fa.
Quindi pucci a manetta e coccole e “guarda i fiorellini ci osservano e sorridono” a profusione e in un nanosecondo tutto il fascino della oscura creatura della notte va a puttane. Amen.

La perla delle perle avviene quando lei scopre che lui è una specie di vampiro.
E’ vero che lo scopre tra un orgasmo stratosferico e l’altro, quindi è letteralmente obnubilata dal piacere e sappiamo che ottenebra i sensi, ma lei non batte ciglio, come se lui le avesse confessato una roba da nulla…. non so, che mangia Orsetti Haribo mentre guarda la tele.
Ed io, cotanta cieca accettazione di una realtà quantomeno insolita, la posso comprendere in un libro per adolescenti arrapate, ma non in un racconto destinato, a giudicare dall’età dei protagonisti, ad adulti consapevoli.
A quarant’anni ci sta il colpo di testa dato dal risveglio dei sensi, dopo 5 anni che nessuno ti scopa probabilmente anche un cane sarebbe stato illuminante, figurarsi un demone che sa quello che fa, ma almeno prenditi due giorni per cercare di accettare il fatto di aver perso la testa per un essere oscuro e tenebroso e pucci. Poi fai quello che vuoi, ma prenditi il tempo per pensare.

Ma la perla delle perle delle perle è un’altra, che poi è il motivo per cui questo libro non mi ha convinta ed è il già accennato miracoloso salvataggio della pulzella.
Lui scopre che lei è malata e potrebbe morire e siccome se lei muore, lui si uccide, le fa bere il suo sangue per salvarla. E mentre leggevo sentivo nelle orecchie una stucchevole musichetta stile “Love Story”. Si scambiano il sangue mentre copulano selvaggiamente poi lui le cancella la memoria e se ne va, perchè la ama troppo per restare con lei ed ha un botto di cose da sistemare. Però, dopo lo scambio dei fluidi vitali, sangue compreso, saranno l’uno nell’altra e si apparterranno per sempre.

Quest’ultima parte del “Mi cancello dalla tua memoria” l’avevo già letta qui e mi era piaciuta un botto perchè a giustificazione della scelta c’erano qualcosa come 400 pagine di ragioni logiche, e poi soprattutto non c’era alcun epilogo a conclusione, ma rimaneva con uno splendido sospeso.

Ad onor del vero, l’epilogo di Blood Catcher non è eccessivamente stucchevole ma semplicemente troppo breve e buttato lì senza capo né coda. Raffazzonato? Sì, un po’ raffazzonato.
Che poi è l’impressione che ho ricavato dall’intero libro.
Le idee ci sono, i personaggi anche, manca però una sovrastruttura narrativa che supporti le scelte e le azioni dei protagonisti, altrimenti è tutto troppo improvviso, casuale, adolescenziale. Una donna che fino al giorno prima non sa dire “No” al marito, nel giro di dieci giorni lo molla e si rifà una vita. Se fossero stati 4/5 mesi avrebbe avuto più senso.

E’ vero che un’eccessiva introspezione può rallentare troppo il ritmo narrativo, è vero che per approfondire i personaggi si sarebbe dovuto allungare il racconto, ma è altrettanto vero che quello che manca a questo libro non sono tanto scrittura ed idee quanto la profondità di sentimenti. Mi riesce difficile empatizzare con personaggi dei quali non so nulla, non conosco il passato e dei quali non comprendo le azioni. E’ vero che ci sono autori capaci di caratterizzare un personaggio in cinque righe, ma non è un dono che hanno tutti e quelli che non ne sono provvisti devono necessariamente affidarsi al racconto, all’introspezione, all’analisi.

Lo consiglio?
Perchè no.
Passate le prime pagine, che non mi avevano coinvolta, ho letto volentieri il resto della storia, è piacevole e l’ho trovato originale sotto diversi punti di vista.
Da qui a definirlo un capolavoro ce ne passa, ma è anche vero che è dieci volte meglio di molte vaccate che si trovano in commercio e che io mi sono sciroppata.

In poche parole

Quarantenni frustrate e sciatte, ho la medicina che fa per voi: “Vergate in vagina”.

Poschina

Riscrivi il finale

Oggi si inaugura una nuova inutile ed arbitraria rubrica: “Riscrivi il finale” atta esclusivamente a soddisfare la mia fissazione per il finale tragico/sospeso.

Al primo assaggio del sangue di Camille, Lotus si rende conto che lei è malata e che sta per morire. Siccome è una sordida creatura della notte che può amare ma solo fino ad un certo punto, decide di porre fine alla sua inutilissima vita umana e di trasformarla in un essere simile a lui. Mentre la sbatte violentemente con la sua granitica verga, le succhia ogni anelito vitale per poi costringerla a bere il suo sangue. Una volta che si è ripresa dallo shock, vanno a casa del marito bastardo per terrorizzare lui e i bambini, per poi servirli su un piatto d’argento all’oscuro padrone di Lotus.

Mentre la ex famigliola felice viene sterminata, Lotus e quel che resta di Camille cenano a lume di candela nel bunker di lui, completamente nudi, pronti a copulare selvaggiamente e a ciucciarsi a vicenda.

Deal with it!

Tu Mi Appartieni – Madeline Hunter

La prima volta che ho letto questo libro, l’ho divorato a velocità impressionante. In questi giorni me lo sono goduta con calma, assaporando tutti i piccoli e grandi sassolini che la scrittrice ci ha lasciato durante la storia per indurci a capire meglio Addis e Moira ma soprattutto per giustificare il titolo, che per la prima volta dopo tanto tempo, non è una stolta storpiatura di quello originale ma anzi, la perfetta controparte in italiano. [In v.o. si intitola By Possession].

Oltretutto, sono molto legata a questo libro perchè, in fondo, io sono Moira.
Per anni ho sofferto del fatto che la gente non si ricordasse di me. Non mi sto autocommiserando, giuro che è vero. Se uscivo con gente nuova, al secondo incontro mi si ripresentavano come non ci fossimo mai visti. Non una volta, per caso. Sempre.
Ero praticamente invisibile.
Certo, ero moooooolto più timida di oggi, ma nulla giustificava ai miei occhi il rendermi conto che per la gente ero assolutamente insignificante.
Quindi la sensazione di rivalsa sociale che Moira prova è un po’ anche la mia. Certo, io non sono una serva della Gleba, però ho il superpotere dell’invisibilità.
Ed ovviamente nessun cavaliere sfregiato visita il mio letto di notte, certe fortune ( a me ) non capitano mai !!!

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La Trama: Per anni Moira Falkner lo ha creduto morto in Crociata, ma quando lo vede entrare con passo deciso nel suo modesto cottage non ha alcun dubbio. Addis de Valence, che da giovane scudiero era stato il suo eroe, adesso è il suo signore: temprato dalla vita e tornato a reclamare il proprio feudo usurpato dal fratellastro. Ma se Moira non può ignorare la passione che sta germogliando in lei, è nel contempo consapevole dell’ostacolo insormontabile della loro diversa condizione sociale. Preferirebbe affrancarsi da quell’uomo piuttosto che diventarne l’amante all’ombra di una legittima sposa.

Ed ora la parola alla giurata

Addis de Valence è giovane, bello, onesto e destinato a diventare, alla morte del padre, il Signore del maniero. Ha una promessa sposa bellissima, delicata, dolce e sexy (Claire), un ottimo amico (Raymond) ed una vita apparentemente perfetta.

Purtroppo però, si deve crescere e alle certezze adolescenziali, si sostituisce un futuro merdoso e deludente, fatto di tradimenti, disillusioni, sofferenza e lotta.

Il crollo morale e fisico, comincia per Addis in tempi lontani, quando muore sua madre e lui si rende conto che “fotte sega” a nessuno e che l’unica persona che è disposta a comprenderlo a dargli conforto, è una ragazzina sconosciuta che incontra per puro caso.
Noi questo lo sappiamo perchè Moira ci mostra un suo ricordo. Il ricordo di quando ha incontrato Addis una sera e lo ha trovato profondamente turbato dalla morte della madre, gli si è seduta vicino e gli ha offerto comprensione e affetto. Nulla di più, purtroppo. Tra l’altro lui non l’ha nemmeno riconosciuta.

Ad oggi Moira vive in un tugurio con un bambino, che non è suo figlio ma il figlio di Addis e Claire (morti entrambi) che deve proteggere perchè il fratellastro di Addis, Simon, potrebbe ucciderlo per impedirgli di ereditare.
Moira non sa che Addis non è morto, ma che anzi sta per tornare, determinato a riprendersi quello che è sempre stato suo, ad ogni costo.

Al loro primo incontro dopo 8 anni, viene immediatamente messo in chiaro il rapporto che intercorreva tra i due. Per Addis, che non l’veva mai notata e anzi, l’aveva sempre chiamata “l’Ombra di Claire”, Moira era solo una bambina paffutella, ordinaria, invisibile. Mentre per Moira, Addis era il sole. Un amore adolescenziale, disinteressato. Era colui che una volta l’aveva difesa dagli stupidi ragazzini che la vessavano a causa della relazione della madre con il padrone delle terre. Era quello che non la vedeva nemmeno, che avrebbe sposato la bella, splendente e luminosa Claire.

Man mano scopriamo, parola dopo parola, ricordo dopo ricordo, che la dolce, bella, solare Claire, in realtà era una ragazzina viziata e anche vagamente stronza. Mentre Moira, invisibile, insignificante e per giunta figlia della puttana di Bernard (padre di Raymond) era una ragazza forte, determinata, onesta.

Parte del libro si sofferma ad analizzare le profonde differenze tra ciò che si mostra e ciò che si è. Addis ha dei doveri che non può evitare nonostante sia perfettamente conscio che l’unica cosa che lo fa stare bene con se stesso è Moira, con la quale sente un legame nonostante non riesca a capire da dove provenga questa sensazione. Ricorda vagamene qualcosa, senza tuttavia riuscire ad identificarne la fonte. Si ricorda della sua voce e di una frase da lui pronunciata: “Canta per me”.
Nient’altro.
E nonostante questa consapevolezza, non può permettersi di amare chi vuole, di darle una casa, una famiglia, un figlio legittimo.

Moira è solo una serva, poco importa che ami davvero Addis, agli occhi di tutti è solo la sua puttana. Ha il potere di calmarlo, lo fa sentire a casa, lo ama profondamente ma lo respinge. Lo respinge perchè non vuole diventare la puttana di nessuno, tantomeno dell’uomo che ama. Vuole dignità. Rispetto. Onore.
Sogna di sposare un muratore, di potersi elevare da “serva della Gleba” a moglie di un uomo libero, sogna una casa e dei bambini, la stabilità di una famiglia.
Moira sogna cose normali.
Quello che molte donne, ancora oggi, vogliono.

Noi sappiamo, perchè conosciamo i suoi ricordi, che Moira ha conosciuto il vero Addis, quando tornato da una battaglia sfregiato e in punto di morte, sua madre lo ha salvato. Sappiamo che lei gli è stata vicina, che lo ha confortato durante la sofferenza, lo ha spronato a non arrendersi, a combattere, a vivere.
Ed ora che ha a portata di mano la possibilità di stare con lui, resiste con tutte le sue forze.

Si può resistere alla passione?
Si può controllare l’emozione?

No.
Nemmeno provandoci con tutto l’impegno del mondo.

Moira alla fine cede. Ma a tempo determinato.
“Verrò a vederti varcare le porte, però no, non vivrò là con te…”
Sa che Addis dovrà sposarsi per cementare le alleanze e non ha nessuna intenzione di restare a guardare mentre sposa un’altra e si rifà una vita.
Poi, mentre finalmente si godono un po’ di pace, lei pronuncia un’unica, significativa frase:

“Mi sembra di essere in un mondo nuovo, come se la terra, l’aria e ogni pianta fossero cambiate”.

E, finalmente, Addis comincia a comprendere quello che era sempre stato dentro di lui, ma che non riusciva a cogliere.
Ma non basta.
Moira decide comunque di andare via.

Ci sarà un lieto fine?
Sì, ma non il classico, noioso, prevedibile lieto fine delle fiabe; con matrimonio, bambini, rose, fiori ed uccellini cinguettanti.
Ci saranno amore, difficoltà e lotta.
Come nella vita reale.

Il libro non è un turbinio di eventi che ti travolge e ti stordisce, è piuttosto un odeggiare tra passato e presente per cercare di scandagliare minuziosamente le personalità dei due protagonisti. Entrambi con un passato e un futuro con cui fare i conti. Addis non è più il ragazzo sorridente dall’armatura scintillante e Moira non è più l’Ombra di nessuno. E’ una donna che cerca di affermarsi, perfettamente conscia della sua condizione di schiava e follemente innamorata di un uomo che non può avere, ma che in realtà ha già da anni, senza che nè lui, nè lei, se ne siano mai resi conto.

Tutto il libro è percorso da un velo di malinconia che non guasta affatto.
Anzi, io l’ho trovata una carta vincente, rende il tutto più umano e realistico.
Di fondo c’è anche la volontà di Addis di riappropiarsi delle terre che gli appartengono, con intrighi, tradimenti, pericolo.

Cosa si può chiedere di più ad un romance medievale?
Niente.
In questo libro c’è tutto quello che serve per intrattenere, appassionare, emozionare senza stucchevolezza e mielosità inutili.

Ho cercato di non spoilerare troppo, perchè vi avrei tolto il gusto di leggere e svicerare lentamente la storia.
Una storia che io ho amato.
Sia Addis che Moira sono due bei personaggi, vittime degli eventi, impossibilitati a fare quello che in realtà vogliono, coraggiosi nel cercare sempre e comunque di sopravvivere al meglio.
Avrei voluto esprimermi su Claire ma se lo avessi fatto, vi avrei detto troppo.
Avrei voluto parlarvi della passione di Addis e della sofferenza di Moria, ma perchè togliervi tutto il gusto della lettura?

In poche parole

L’eroe medievale che avete sempre sognato.

Poschina

Come d’Incanto – Elizabeth Hoyt

Della stessa autrice avevo letto, a Febbraio, “Amabile Segreto”.
Gli avevo dato 5. Ma forse sarebbe stato più onesto un bel 4,5. Si vede che quel giorno ero particolarmente magnanima. Ricordo che lo trovai eccessivamente smielato.

L’altro giorno, in preda ad una delle mie frenesie letterarie, mi imbatto in una serie di “Bruttissime copertine” e decido di dedicarmici con anima e corpo. Prima mi scofano questo e poi mi dedico al terzo libro della saga “La leggenda dei quattro soldati” senza rendermi conto che è di un’autrice che avevo eliminato dalla lista delle papabili. Quando me ne accorgo è tardi. Quando me ne accorgo sono già presa dal libro e non riesco a smettere di leggerlo.

Sono partita dal terzo libro perchè non sapevo che facesse parte di una serie… Ma non possono scriverlo sulla copertina? Oppure c’è scritto ma avendo una copertina orribile io non me ne sono accorta e mi sono lasciata distrarre dalle ebeti espressioni dei due tizi appassionati?

Ok, c’è scritto “Continua la leggenda dei quattro soldati” ed io mi ero lasciata distrarre dallo squallore imperante…. Mea culpa.

Alla fine ho scoperto che questi libri sono come i pop corn.. ne assaggi uno per noia e dopo un quarto d’ora hai finito il ciotolone da 2 chili. Ma andiamo con ordine (l’ordine in cui li ho letti, ovviamente).

beguile come d'incanto

La prima è la copertina della versione originale. Perchè io mi devo beccare una copertina di merda solo perchè sono italiana?

Non trovo giusta questa discriminazione. Siamo internazionalmente riconosciuti come il Paese dello Stile e poi i nostri romance li mortifichiamo così?
Editori italiani: Ma come state !!!!

La Trama: Helen Fitzwilliam non può accettare un rifiuto. Sir Alistair Munroe non la vorrebbe come governante, ma lei ha disperatamente bisogno di un tetto per sé e per i suoi due bambini. Così, che lo voglia o no, il tenebroso e solitario Alistair alla fine si piega e la assume.

Ed ora la parola alla giurata

Il titolo in originale significa, a spanne, Ingannare una bestia. Il che ha senso perchè Helen arriva a casa di Alistair fingendosi una governante e lui è a tutti gli effetti la bestia che viene ingannata infatti ha metà volto sfigurato, gli manca un occhio e la mano destra è priva di un paio di dita. Di lui sappiamo solo che vive in un castello rudere isolato dal mondo e che nonostante tutto è un figo da paura e sì, ragazzi miei, ha il cazzo grosso. Ok, non lo sappiamo ancora quando compare per la prima volta in scena ma io ci avrei scommesso la mia tetta sinistra, e avrei vinto.

Helen per contro non è bella ma straordinariamente bella. Ha due figli ed è decisa a rimanere nascosta nel rudere ad ogni costo. Capiamoci. Se “ogni costo” significa farsi sbattere da un pezzo di manzo ricchissimo e coltissimo oltre che sensibile (per poco non verso una lacrima per la scena davanti al camino con Lady Grey), io mi chiedo dove debba mettere la firma, ho già la penna in mano.

A prescindere dalle dimensioni falliche e dalla straordinaria capacità di usare l’attrezzo, Alistair ha un passato estremamente doloroso. Mentre era nel Nuovo Continente per scrivere il Best Book Ever (è un naturalista famosissimo), finisce in un’imboscata con il reggimento a cui si era aggregato. La famosa disfatta di Spinner’s Falls. Viene torturato brutalmente e nell’ordine: gli cavano un occhio, gli bruciano metà faccia e gli tagliano due dita. Ovviamente assiste anche alla tortura e alla morte di alcuni compagni di viaggio. Torna a casa e si accorge di essere fottuto. Le donne gridano/svengono quando lo vedono, gli uomini lo ignorano così decide di rifugiarsi nel suo maniero per vivere da sfigato eremita.

Ma.
Arriva Helen che gli si piazza in casa con i bimbi e lo obbliga ad interfacciarsi con il mondo dal quale cercava di nascondersi. Da cosa nasce cosa. Lui cerca in ogni modo di imbarazzarla per farla scappare… lei resiste. La tratta male … lei resiste. Lui cerca di farsela e lei, incredibile ma vero, gliela da.
E qui apriamo il discorso “sesso”.
Qui il sesso è decisamente esplicito. Per un romance intendo. Non è un libro erotico ed alcune terminologie sono discutibili ma non ho voglia di recriminare anche su questo. Piuttosto voglio concentrarmi sulla scena del limone. Cioè, ma davvero? Non sono ancora andata ad informarmi su quanto ci sia di storico in merito, ma sono rimasta perplessa perchè il limone è vagamente acido e quindi da una parte penso che funzioni relativamente bene come spermicida, dall’altra temo che non sia particolarmente piacevole averlo addosso/dentro. Però ammettiamo anche che Alistair sa cosa farne e dio solo sa cosa potrebbe fare se avesse a disposizione tutto quello che oggi si può comodamente trovare in un sex-shop online. Se fa certe cose con mezzo limone….

Lasciando perdere, ahimè, il limone….
ci concentriamo su un romance che per certi versi è atipico, come lo sarà anche il secondo che leggerò, secondo anche della serie dei quattro cavalieri. Anomalo perchè Alistair non è per nulla il classico eroe romance e Helen anche se bellissima, ha una storia che la allontana dalla classica eroina romance apparentemente ribelle, ma in fondo conforme agli ideali femminili dell’epoca.
E’ una donna single con due figli, anzi… è una mantenuta. Non è la classica vedova (espediente semplice per giustificare il fatto che non sia vergine e che magari abbia pargoli), non è nemmeno la tipica trentenne anticonformista ma vergine, e non è compromessa ma orfana di partner. No, lei è una donna che fugge da una situazione piuttosto complessa e che se ne frega di quello che pensano gli altri. Ha fatto degli errori e ne subisce le dirette conseguenze.

Forse è questo che mi ha fatto apprezzare il libro in modo particolare. Beh, anche il discorso “reduci di guerra” è gestito bene. I traumi che soffocano mente e corpo di Alistair sono reali, concreti, pesanti. Non è il classico tizio con un padre bastardo e che ne so…. un fratello despota. No. Il suo passato drammatico è effettivamente un passato dal quale diventa difficile nascondersi.

Poi certo… sempre romance è…
Si deve concludere bene. Tutto deve incastrarsi come fosse un meccanismo di precisione, il romanticismo deve necessariamente pervadere le pagine e nel giro di due ore deve nascere l’Amore con tutte le lettere maiuscole. C’è il cattivo di turno, c’è l’eroe che salva capra e cavoli, c’è il BM… ma si sa, se leggi certi libri, non è che puoi aspettarti di trovarci filosofeggiamenti morali….

Tralasciando tutto ciò che ho appena scritto, sottolineo che i dialoghi sono brillanti e che il livello di puccismo si mantiene su toni più che tollerabili. Sarà perchè il traduttore è un uomo? Avrà dato lui l’impronta decisa e poco smielosa all’intera opera? E’ a lui che devo mandare panettone e spumante questo Natale?

Ma dopo tutto questo mappazzone, non siete curiosi di capire meglio la storia del limone? Io ne sono ossessionata… ora vado a googolare…

In poche parole

Prendi un castello in Scozia, un uomo sfregiato ma affascinante e mezzo limone…

Poschina

Per chi fosse interessato al limone:

PERIODO | 1600 / 1700 – Europa

Ma cosa ci fa con un limone? Con uno niente con mezzo qualcosa.
Il mezzo limone è stato uno dei SISTEMI contraccettivi usati maggiormente attorno al 1600 e 1700; ne ha parlato nei suoi libri anche un illustre personaggio dell’epoca: GIACOMO CASANOVA.
Il mezzo limone spremuto e svuotato in parte della polpa, veniva inserito in vagina esattamente come un odierno diaframma; con la sua parte concava ostruiva meccanicamente il collo dell’utero e con l’acidità del suo succo svolgeva una discreta azione spermicida.

E pensare che adesso lo abbandoniamo in frigo… (dal sito http://www.ledieci.net)

Le Notti di Salem – Stephen King

Ho diciassette anni, ascolto ossessivamente i Litfiba, prima delle vacanze sono stata ad un loro concerto, in camera ho appeso l’autografo che Piero mi ha fatto il giorno del mio compleanno, passo la mia vita tra Milano e Sovere e comincio a rendermi conto che il futuro non sarà tutto rose e fiori. Sono completamente persa per un tizio a scuola che non sa nemmeno come mi chiamo, ho almeno 3 felpini Adidas blu  comprati in negozi di roba usata e tutte le volte che nevica penso ad una persona che so benissimo non rivedrò mai più.

E’ in questo clima carico di incrollabili certezze e dubbi esistenziali che rivolgo le mie attenzioni ad un nuovo romanzo di Stephen King. Salem’s Lot.

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La Trama: Protagonista della storia è Ben Mears, uno scrittore che torna ai luoghi della sua infanzia – la buona, vecchia provincia americana – per esorcizzare una terribile esperienza avuta da ragazzino a Casa Marsten, il tetro e minaccioso edificio che domina il villaggio. Ora la spettrale dimora l’accoglie a occhi aperti, o meglio, a finestre illuminate. Ma chi è il sedicente signor Barlow, il nuovo proprietario? Perché la sua presenza è percepibile solo dopo il tramonto? E che cosa sta succedendo ai pacifici abitanti del Lot?

Ed ora la parola alla giurata

Il primo libro che ho letto di King è stato “Pet Sematary” quando avevo tredici anni. Terrorizzata ed affascinata, l’anno dopo mi sono sparata, mentre mi godevo le vacanze in quel di Milano Marittima, “Una splendida festa di morte” ossia Shining. Non avevo paura, ero completamente accecata dal terrore. Quando la sera dovevo rientrare in albergo e camminare per i corridoi deserti per raggiungere la mia camera, ero convinta che qualcuno mi seguisse…. sentivo delle presenze. Mi aggiravo circospetta temendo che qualcosa; qualcuno, saltasse fuori da un angolo per farmi a pezzi.
Nonostante questa esperienza, non ho resistito al richiamo delle Notti di Salem.
Sarà per la mia fissazione per i vampiri?
Sarà perchè mi piace la scarica di adrenalina quando mi cago addosso dalla paura?
Non so.
Quello che so per certo è che io NON leggo mai Le Notti di Salem mentre sono a casa da sola la sera. MAI. L’ho fatto una volta e poi mi sono nascosta sotto le coperte come una bambina di 4 anni, convinta di sentire strani rumori fuori dalla finestra. Solo a parlarne mi vengono i brividi. Solo a pensarci mi vengono i brividi. Salem’s Lot è il libro più fottutamente inquietante che io abbia mai letto. L’unico che mi fa cagare sotto tutte le volte che lo rileggo. L’unico che considero davvero, inequivocabilmente spaventoso.

All’epoca della mia prima lettura, ancora adolescente e quindi vagamente meno cinica di oggi, mi ero presa una sorta di sbandata per Ben, pur sentendomi incredibilmente attratta dal personaggio di Barlow. E la cosa incredibile, è che a quasi vent’anni di distanza, mi sono presa una sbandata per Ben ed ho subito il fascino oscuro di Barlow.. Impressive !!!!

Fatte le dovute premesse cominciamo a fare sul serio.

E’ probabile che una delle caratteristiche che ha reso questo libro fondamentale per la mia vita, sia il suo non essere consolatorio. Niente lieto fine. Niente buoni che battono i cattivi. Solo il male che striscia, si insinua, prolifera, trova terreno fertile per mantenersi in vita. Non c’è scampo. Non c’è una via di fuga. Quando hai avuto a che fare con il lato oscuro, quando hai visto cos’è il male, non sarai più lo stesso.

Non c’è amore, famiglia, fede, convinzione che tenga. Tutto viene annichilito dal male. Contaminato. Rovinato. Imputridito.
E tu, vittima, puoi solo lottare con le unghie e con i denti o soccombere.
In entrambi i casi, di quello che eri, resterà poco o niente.

Ben Mears torna dopo 25 anni nel Lot.
Ha trentaquattro anni, una carriera di scrittore da cementare, un passato ombroso,  un cotta per Susan e un’ossessione atavica per casa Marsten. E’ tornato nel Lot per sconfiggere i suoi demoni, per scrivere un romanzo con il quale campare di rendita e per esorcizzare un ricordo che lo tormenta. Quello che ancora non sa è che Salem’s Lot ha un nuovo abitante il quale, guarda caso, ha appena acquistato casa Marsten.
Un’altra cosa che ancora non sa è che sta per scomparire nel nulla un bambino.
E non sa nemmeno che dalla scomparsa del piccolo Glick in poi, succederanno cose sempre più strane, in un’escalation inarrestabile che per essere spiegata ha bisogno che venga messa in saccoccia la razionalità e che vecchie credenze ed antichi miti vengano rispolverati.

In una battaglia oscura ed apparentemente impari, la differenza tra la vita e la morte la farà la capacità di credere ciecamente che quello che non può essere reale, sia reale.

Il nuovo padrone di Casa Marsten è il Sig. Barlow.
Affascinante, affabulatore, elegante, distinto, intrigante, scaltro, spietato. Risponde solo alla sua natura, non c’è nulla che davvero gli interessi, nulla che lo possa in qualche modo dissuadere dall’essere malvagio. Barlow è il male stesso. La radice di tutte le perversioni. Il cuore pulsante della crudeltà. L’anima della più profonda disumanità.
Ed è questo suo essere così negativo che lo rende così terribilmente affascinante.
Nessun vincolo morale, nessun senso di colpa.
Una vita completamente libera da costrizioni.
Nutrirsi. Sopravvivere.
Niente di più.

Pensi che valga la pena innamorarsi? Forse hai torto.
Credi che la famiglia sia il fulcro della vita? Ripensaci.
Sei convinto che studiare apra la mente e le porte del futuro? Ne riparliamo alla fine del libro.

King non ci lascia alcuna speranza.
Poco importa, fondamentalmente, se alla fine qualcuno si salverà o meno, perchè il Male è ancora lì… a covare da qualche parte, a proliferare da un’altra, a fecondare terreni già mezzi marci.

La felicità è effimera, la gioia una visione distorta della vita, la stabilità una creazione di coloro che non vogliono accettare la realtà.
L’unica cosa che davvero esiste, immutabile nel tempo, coriacea, indistruttibile, è l’essenza del Male.

Deal with it.

In poche parole

Deal with it !!!

Poschina

p.s.  Ho letto una caterva di critiche a questo libro, la maggior parte delle quali sostiene che sia: Acerbo, con personaggi mal caratterizzati e con un finale deludente…
Bla… Bla…. Bla…
Sapete che vi dico?
Vi meritate 50 Sfumature di Grigio.

Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas (Padre)

Non ho più quattordici anni da un paio d’anni. Ho scoperto che colorarmi i capelli mi rende, per qualche oscura ragione, felice e mi lancio in sperimentazioni azzardate che oscillano tra il fuxia e il verde. Ho abbellito la mia narice sinistra con un piccolo orecchino ( a tutti voi cazzoni boriosi che mi avete detto  “Vedrai che ti stufi… poi cosa fai a 30 con l’orecchino al naso… è ridicolo”, l’orecchino è ancora lì mentre voi siete scomparsi dalla mia vita. Un caso?), rifletto su un eventuale tatuaggio e sul piercing alla lingua. Passo il week-end tra fiera di Sinigaglia (in darsena) e parco sempione. Indosso bellissime gonne lunghe, sono quasi sempre accigliata/incazzata/polemica e sono costantemente innamorata di qualcuno che non mi caga di pezza ma che si accorgerà di me appena io mi stancherò di stalkerare lui. Provo una strana attrazione per un tizio che fa il mio liceo. Siamo “amici” ma non è cosa. Non ci prova. Peccato. Io sono ancora troppo timida per scofanare una tetta davanti al suo naso giusto per rendere palese la mia semi-attrazione.

Un sabato pomeriggio passo per le librerie Remainders in Paolo Sarpi e mi cade l’occhio su questa copertina:

conte montecristo

Apro una pagina a caso e leggo due righe – “Dunque capirete che, non essendo di alcun paese, non chiedo protezione ad alcun governo; non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non può arrestarmi né paralizzarmi alcuna sorta di scrupoli che arrestano i potenti o di ostacoli che paralizzano i deboli. Io non ho che due avversari, non dirò due vincitori, perché li sottometto con la tenacia: la distanza e il tempo.” – ovviamente la frase che ho casualmente letto non era precisamente questa ma la conseguenza della veloce lettura è  l’acquisto immediato dei 2 kg di libro. In quel momento ancora non lo sapevo, ma stavo per innamorarmi follemente.

La Trama: Vittima delle insidiose trame di due acerrimi rivali e di un ambizioso magistrato senza scrupoli, il giovane ufficiale di marina Edmond Dantès viene arrestato a Marsiglia il giorno stesso del suo matrimonio e rinchiuso per quattordici interminabili anni nel tenebroso castello d’If. Qui incontra l’anziano abate Faria, che gli offrirà l’occasione per una fuga avventurosa e gli permetterà di impossessarsi di un prezioso tesoro. Divenuto ricchissimo, Dantès – che ha ormai assunto il romantico titolo di conte di Montecristo – può infine portare a termine la sua tremenda vendetta.

Ed ora la parola alla giurata

Sinceramente a me Edmond Dantes non piaceva poi tanto. E’ il classico bravo ragazzo. Lavoratore, Integerrimo, Innamorato, Puro di Cuore. Ok, è bellissimo. Viene descritto come un giovane diciannovenne con capelli e occhi scuri, labbra piene e corpo statuario (l’ultima caratteristica l’ho aggiunta io ma ci sta benissimo). Oltre ad essere buono, schifosamente felice, ostentatore seriale di tutto ciò che gli va bene, è anche di un’ingenuità imbarazzante. Dominato da un senso dell’onore a dir poco esagerato, non si accorge nemmeno che il resto del mondo è scafato e meschino, si fida di tutti e, in pratica, si prepara il cappio da solo, lo fissa al muro, se lo infila al collo e si lancia giù dalla finestra. A causa della sua insopportabile gioia urlata ai quattro venti, non fatica a tirarsi dietro invidie, ire, antipatie. E infatti tre stronzi, uno per invidia, uno per arrivismo ed uno semplicemente per idiozia, decidono di togliergli per sempre il sorriso dalla faccia e lo fanno passare per un nostalgico di Napoleone, condannandolo alla detenzione nel famigerato castello d’If.

Grazie. Sentitissimi ringraziamenti a Fernand, Danglars, Caderousse e beh sì, anche a Villefort. Grazie per aver trasformato un giovane ingenuo felice in una oscura bestia assetata di sangue ed aver creato il personaggio maschile più affascinante, spietato, sensuale, machiavellico, erotico che sia mai esistito.

Nella prigione del Castello d’If, Edmond ci passa quei 14 anni che lo cambiano leggermente. A contribuire a questa trasformazione impressionante (in senso positivo) ci pensa il suo vicino di cella. Tale Abate Faria, un erudito particolarmente sveglio che si fa raccontare da Edmond come mai è finito in carcere e lo aiuta a vedere quello che anche mio nipote di un anno avrebbe visto, ossia che qualcuno (Danglars, Fernand e Caderousse prima e Villefort dopo) ha complottato contro di lui per toglierlo di mezzo. Faria, dopo  essersi sollazzato con questo enigma di facile soluzione, si accorge osservando l’espressione di Edmond, di aver generato un mostro e un po’ si pente. Io no. Io ho tatuato sulla tetta sinistra “Abate Faria ti amo”.
Cmq; il vecchio alla fine schiatta di morte naturale, Edmond si sostituisce al cadavere e viene seppellito nel cimitero del castello, ossia il mare burrascoso e gelido. Nonostante tutto si salva e viene raccattato da alcuni contrabbandieri, aspetta pazientemente di avere l’occasione di approdare sull’Isola di Montecristo per appropriarsi dell’immenso tesoro che Faria ha sostenuto trovarsi sull’isola, e comincia a pianificare il futuro.

Edmond ha 33 anni, è disilluso, ferito, assetato di vendetta e fottutissimamente ricco.

Da questo momento in poi succede di tutto.
Travestimenti  assolutamente improbabili.
Rocamboleschi raggiri.
Impossibili conoscenze trasversali di tutte le personalità che contano nel mondo.
Accumulo inspiegabile di fondi infiniti.
Conoscenze in ogni campo, dalla biochimica all’astronomia, all’informatica.

Il fatto che quanto scritto sopra sia oggettivamente impossibile, non toglie nulla, ma anzi aggiunge, ad un libro che ha nella trama e nella fluidità con cui è sviscerata, la sua carta vincente. Tutto è ammesso. Tutto è credibile. Tutto è possibile al Conte di Montecristo.

Partendo da questo presupposto non resta altro che prendere la mano che il Conte ci tende e lasciarsi trasportare dalla sua sete di vendetta in cima alle più alte vette di spietatezza. Ci facciamo cullare dalla consapevolezza che chi ha peccato pagherà a caro prezzo e ci godiamo ogni piccolo successo del Conte, ogni punto segnato, ogni fottuta tacca sulla canna del fucile.

Tutti si fanno fregare da lui.
Avidi, Egoisti, Megalomani, Disperati, Sfigati.
Indipendentemente dalla categoria a cui appartengono, si lasciano imbambolare dal Conte e finiscono inesorabilmente imprigionati in una ragnatela che potrà portarli solamente ad una conclusione: la morte.
Ovviamente solo dopo lo sputtanamento globale.

Certo, sarebbe troppo semplice piantargli una coltellata nella schiena.
Troppo facile.
Troppo dignitoso.
No, prima li rovina, li sputtana, li svergogna, gli toglie ogni dignità, poi li ammazza.

Una sola persona lo riconosce immediatamente, peraltro in una scena meravigliosa che ci mostra come un piccolo gesto possa avere una montagna di significati.
Mercedes.
Solo lei, che effettivamente lo amava di quell’amore puro e disinteressato che ha fatto la fortuna di gente come la Kleypas, è stata in grado di vedere in quell’uomo pallido, segnato dalla vita e sublimamente affascinante, quel che resta dell’uomo che ha sempre amato, che ama e che amerà. Quel giovane che un giorno è stato incarcerato e dichiarato morto.
Quel giovane che non è mai riuscita a dimenticare.

“Edmondo” disse “voi non ucciderete mio figlio!”
Il conte fece un passo indietro, gettò un debole grido, e lasciò cadere l’arma di mano.
“Che nome avete pronunciato, sgnora Morcef!…”
“Il vostro” gridò lei gettando il velo, “il vostro che, solo io forse, non ho dimenticato mai! Edmondo, non è la signora Morcef che viene da voi, è Mercedes!…”
“Mercedes è morta, signora” disse Montecristo “ed io non conosco più nessuno che porti questo nome.”
” Mercedes vive, signore, e Mercedes vi ricorda, poiché lei sola vi ha riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi, alla sola voce, Edmondo, al solo accento della vostra voce…

Nemmeno l’amore di Mercedes però, sarà in grado di fermare la furia vendicativa del Conte. Anzi, in uno dei pochissimi momenti di debolezza, proprio di fronte a quella donna che è stata l’Amore della sua vita, dovrà ricorrere al ricordo dell’odio passato, per non farsi sopraffare da idee malsane quali il perdono e la pietà.

“E il conte di Montecristo, temendo di cedere alle lacrime di colei che aveva amato tanto, chiamava in aiuto del suo odio il passato…”

E’ probabile che qualcuno di voi non l’abbia letto, o si sia perso una delle millemila versioni cinematografiche. Grave errore. Gravissimo errore.
Il Conte di Montecristo è a tutti gli effetti quell’Angelo vendicatore degli oppressi che anche noi vorremmo essere più o meno quotidianamente. Incarna il sogno proibito di una vendetta spietata, amata, compagna di vita. Stimola le nostre menti fino a spingerle sulla strada del non ritorno, obnubilate da una personalità sfaccettata e interessante, dominata sì da una sete di vendetta, ma anche da una profonda riconoscenza per coloro che si sono schierati dalla parte del giusto, del debole, della vittima.
Sfido chiunque a non innamorarsi di Edmond e a non parteggiare schifosamente per la sua causa.
Eliminando quelle che sono le assurde costrizioni morali che governano le nostre vite, ci ritroviamo a concepire e fare nostra la vendetta intesa non tanto come punizione, ma come ovvia conseguenza di determinate azioni.
Un’idea che ha ossessionato il mio cervello di sedicenne, cambiando completamente e definitivamente il mio personalissimo modo di concepire l’intero universo.

Nonostante sia un essere dominato dalla sete di vendetta, dentro il Conte si nasconde ancora il giovane Edmond, e ne diveniamo consapevoli quando, dopo aver raggiunto il suo agognato scopo, si permette di sperare in una nuova vita, finalmente libera dal passato, in compagnia della bellissima e dolcissima Haydèe. Lei si considera solo una schiava, mentre il Conte la vede come sua futura compagna. Su una cosa non abbiamo alcun dubbio. Lei lo adora e saranno eternamente felici.

“Ti ricordi di tuo padre, Haydèe?”
“Egli è qui, e qui” disse lei, mettendo la mano sul cuore e sugli occhi.
“Ed io dove sono?” domandò sorridendo Montecristo.
“Tu?” Disse lei.
“Tu sei dappertutto”

Non so voi, ma io mi sono nuovamente, follemente e disperatamente innamorata di quest’uomo. Ha un posto speciale nel mio cuore di lettrice e nessuno ancora è riuscito a scalzarlo. Nessun libertino, dissoluto, bastardo scopatore seriale con il cazzo grosso è riuscito anche solo a minacciare il posto di riguardo che il Conte si è guadagnato nel cuore di una allora sedicenne testarda, appassionata, fiduciosa e spietata.

Leggetelo, amatelo, conservatelo.

In poche parole

“Soltanto colui che provò le più grandi sventure è atto a godere le più grandi felicità”.

Poschina

P.s: Umberto Eco in merito a questo romanzo ha scritto. “Il Conte di Montecristo è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d’altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature.”

Il Sogno della Bella Addormentata – Luca Centi

Eccomi di nuovo qui a spiegare che per me l’acquisto di un libro spesso è frutto di compulsioni momentanee e assolutamente illogiche. Infatti, anche questa volta, la scelta è stata dettata dall’aver considerato la copertina particolarmente figa. E vi sfido a darmi torto.

addormentataCosa posso dire a mia discolpa? Niente… quando vedo un vestito svolazzante io perdo completamente l’io razionale e sbarello alla grande.

La Trama: Nella Londra di fine Ottocento, Talia si muove silenziosa come un gatto e scaltra come una volpe. È molto giovane e molto bella, il che è un indubbio vantaggio nell’esercizio della sua professione, la ladra. Talia però non ruba di tutto, si impossessa solo di quello che la porta più vicino alla soluzione del mistero che avvolge la sua vita. La scomparsa di suo padre. La risposta che troverà, però, fra nebbie e vapori, ingranaggi e corsetti, sarà una scoperta tanto sconvolgente quanto raccapricciante.

Ed ora la parola alla giurata

Ho finito il libro stamattina e fatico a trovare le parole per descrivere quello che penso e provo.

Da una parte ritengo che più che un romanzo vero e proprio, possa definirsi un canovaccio sul quale, con molta pazienza e tantissimo impegno, si debba lavorare ancora molto per sviscerare tutte le potenzialità in esso contenute.

Dall’altra mi chiedo se non sia la mia mania di leggere romanzi lunghissimi, infiniti, che sviscerano ogni emozione, pensiero, anfratto dei personaggi fino a farmeli amare incondizionatamente, siano essi dei fottuti bastardi o delle pulzelle piene d’amore.

Il libro non è scritto male, a mio parere la scrittura è un po’ troppo sbrigativa, priva di spessore e la lettura risulta fin troppo veloce. I personaggi però sono interessanti. E il fatto che riescano a risultare interessanti anche se non si è perso poi molto tempo per approfondirli mi fa intuire che la stoffa, l’autore, ce l’ha. Manca di esperienza? E’ una scelta stilistica per non dilungarsi troppo? Non saprei. So solo che alla fine ho avvertito un senso di incompletezza che ancora non mi abbandona.

Il punto è che all’inizio non si sa nulla, alla fine si sa tutto ma è come se non si sapesse niente.

Talia è una ragazza caparbia, intelligente, anticonformista. Impegnata ad esaudire l’ultimo desiderio del padre inventore, ossia riunire i 7 peccati da lui creati e disfarsene. Per fare ciò Talia è disposta a tutto, accompagnata dal fedele cocchiere Archie e dall’adorata domestica Vivienne, vive isolata dal resto del mondo e rifugge la vita sociale fatta principalmente di immagine a discapito della sostanza.

Donna di scienza, ripudia la fede, la magia, e qualsiasi altra filosofia che trovi conforto nell’occulto.

Intorno a lei un anziano tutore amorevole ma ambiguo, una vecchia conoscenza del padre che si nasconde dietro un paio di occhiali scuri, un misterioso affascinante ragazzo che si ritrova sempre tra i piedi e una ricca lady estremamente potente nel mondo del ton.

Poi Scotland Yard, un’antica setta con appoggi altolocati, la crisi dell’Impero prima dell’incoronazione della Regina Vittoria, forze speciali al servizio della polizia….

Insomma c’è tutto, c’è troppo e in fondo non c’è niente.
Di tutte questi argomenti si sfiora solo la superficie. Per non parlare dei temi etici di un certo peso che vengono accennati ma mai approfonditi e parlo di roba tipo anima – morte – eutanasia – immortalità – religione – scienza.
Ci siamo capiti.

Quando il mistero dei sette peccati viene svelato (se siete attenti nella lettura più o meno al 60 % del libro avete capito quello che c’è da capire), pur cogliendo la drammaticità del momento e commuovendosi di fronte ad una ragazza che, senza alcuna colpa, vede il suo mondo implodere fino a soffocarla, mi sono trovata a chiedermi come in effetti si fossero svolti gli eventi appena narrati.

Ancora mi chiedo, non posso essere più specifica perchè si rischiano spoiler pesanti, come abbia fatto il padre di Talia a realizzare il suo piano senza che l’uomo dagli occhiali scuri si accorgesse di nulla…  e poi, una volta scoperto il misfatto, perchè non ha fatto niente per pretendere ciò che gli era dovuto?

Non si sa. Come non si sa nulla della Setta misteriosa, chi erano? Come sono nati? Che ideali perseguivano? Boh. Non si sa nulla nemmeno dell’uomo dagli occhiali scuri. Ok, conosceva il padre di Talia, mi fa una tenerezza infinita, ma poi sparisce così? Senza nemmeno un grazie? Cazzo, Talia che colpe aveva? Per non parlare di Nicholas. Arriva, interagisce, ama e poi? Basta.

Io avrei lasciato perdere il complottismo politico, le eccessive riflessioni non approfondite su fede e scienza e mi sarei concentrata su Talia, sulla splendida filastrocca e sul senso di “non appartenenza” che la tormenta. Anche perchè i momenti migliori del libro sono i dialoghi e la rivelazione del mistero. Il prendere coscienza di essere il Peccato Originale. Una consapevolezza che viene risolta in due pagine senza il minimo accenno ad un’analisi interiore.

Il finale è triste? Sì. Decisamente. Ma non poteva essere altrimenti. Non poteva che finire così.

Leggendo quello che ho scritto può sembrare che il libro non mi sia piaciuto, ma non è così. L’amaro in bocca è dovuto alla consapevolezza di trovarmi di fronte ad un’occasione persa. Eliminando alcuni elementi e sviluppandone altri, sarei riuscita ad apprezzare meglio una storia originale, per certi versi coraggiosa e mi sarei sicuramente affezionata ai personaggi, che anche così, con una psicologia appena accennata, sono interessanti e stimolanti.

I migliori in assoluto sono Archie e Vivienne. L’autore è riuscito a caratterizzarli benissimo in poche righe e i loro battibecchi sono divertenti e brillanti.

In poche parole

Il Primo Peccato è sempre il più grave.

Poschina

La Corsa delle Onde – Meggie Stiefvater

Questo è il classico libro che non avrei mai letto se non fossi capitata del tutto casualmente su un sito di recensioni che ne parlava molto bene. Scoprirò poi che ne parlava molto bene per i pochi motivi per cui io ne parlerò non male, ma con un certo scetticismo. Ma il punto non è questo. Il punto è che avrei voluto che fosse lungo diecimila pagine, tanto la storia è bella. Avrei voluto non lasciare mai Thisby, ormai completamente stregata dall’isola, ho faticato a tornare sulla terraferma.

la corsa delle ondeLa Trama: Succede ogni autunno, sull’isola di Thisby. Dalle gelide acque dell’oceano si spingono a riva i cavalli d’acqua, creature affascinanti e crudeli che gli abitanti catturano per montarli nella Corsa dello Scorpione. Il vincitore guadagnerà fama e denaro, i meno fortunati incontreranno la morte. Ma qualcosa cambia quando alla gara si iscrive Kate Connolly, capelli rossi e tempra di ferro. Kate è determinata a correre con la sua cavalla Dove, sfidando usanze secolari che vogliono solo concorrenti maschi e nessun cavallo ordinario. Certo, non ha molte possibilità contro Sean Kendrick, diciannove anni, il favorito, esperto domatore di cavalli. Nessuno dei due è preparato a ciò che sta per succedere, perché quest’anno la Corsa dello Scorpione non sarà solo questione di gloria e denaro, ma di amore e destino.

Ed ora la parola alla giurata

Quando penso a Thisby mi immagino una Amorgos un po’ più fredda e con scogliere di colori diversi, ma l’idea è quella. Una piccola montagna nel bel mezzo del mare sferzata da raffiche di vento perenni, mare costantemente mosso, aspra, difficile, selvaggia.
Ed è così che ci viene effettivamente descritta, con la differenza che invece di essere circondata dal tutto sommato placido Mar Egeo, intorno a Thisby infuria l’oceano, popolato da un’antica stirpe di Cavalli d’Acqua, pronti a raggiungere la terraferma per placare la sete di sangue.

Come ci viene spiegato da Sean Kendrick, i Cavalli d’Acqua (Capaill Uisce) appartengono a Thisby ed esistono solo a Thisby perchè l’isola li ama. 

Badate bene che il libro può essere riassunto solo con questa frase. Piccola, semplice, diretta. Tuttavia, per amor vostro e per il piacere di scrivere, mi dilungherò un po’ di più su questo concetto.

La recensione che ho letto e che mi ha avvicinata a questo gioiellino, parlava principalmente di libertà. Ma leggendolo io ho avuto l’impressione che parlasse più che altro di appartenenza. Il senso di appartenenza che Sean prova per l’oceano, che lo attira con un costante richiamo, e per i Capaill Uisce; e quella che Kate “Puck” Connolly prova per l’isola e la terra, oltre che per la sua cavalla Dove. E’ per questo che i due ragazzi lottano anche a costo della vita, per non essere estirpati da quello a cui sentono di appartenere.

Un’isola difficile, senza lavoro, perennemente minacciata dalla morte, popolata da famiglie disfatte dalle incursioni dei Capaill Uisce durante le tempeste, e dalle decine di morti che la Corsa dello Scorpione si lascia alle spalle ogni novembre. E’ il pegno di sangue che l’isola paga ai Cavalli d’Acqua. Un pegno che hanno pagato sia Sean con la morte di suo padre durante una gara, che Kate con la perdita di entrambi i genitori. Quelli che non pagano un tributo di sangue, sono lacerati dall’abbandono. Molti abitanti di Thisby la abbandonano per cercare di sopravvivere sul continente. Fuggono dalla fame, dalla disperazione e da se stessi.

E’ in questo contesto, in cui terra e oceano si completano e  si fondono, che la storia d’amore di Kate e Sean si sviluppa lentamente (grazie a dio senza il classico fottuto ed ormai insostenibile colpo di fulmine che trasforma entrambi in due innamorati Harmony nel giro di due pagine), facendo sì che due ragazzi profondamente diversi imparino a conoscersi e ad amarsi.
Lui solitario, riflessivo, controllato e schivo, lei combattiva, forte, impulsiva e determinata.
Entrambi a loro modo in cerca di riscatto.
Entrambi impreparati ai sentimenti.
Non c’è sesso sfrenato accanto ad un falò sulla scogliera, non c’è ostentazione di passioni selvagge, ma ogni gesto, ogni sussurro, ogni sguardo, gronda sensualità ed erotismo. Persino i silenzi che spesso caratterizzano i loro incontri, sono capaci di trasmettere emozioni.

Sean è l’oceano selvaggio e Kate è la terra a cui aggrapparsi.
Sean è un Capaill Uisce e Kate è Thisby.

L’unico appunto lo faccio alla scrittura, che molti giudicano eccellente, mentre io trovo sia un po’ poco scorrevole in alcune parti… il libro è narrato in prima persona, ed è spesso un susseguirsi di “Lui dice – . . . – Lei dice – …. -” e questo fa perdere la fluidità della lettura. Tuttavia non si può certo dire che sia scritto male.
Il punto forte però è la storia.
Figlia della leggenda dei Cavalli d’Acqua, ha un potere ipnotico.
Le prime pagine sembrano un filo troppo lunghe, tutto un po’ troppo lento. Tuttavia, non riesci a smettere di leggere e nel giro di venti minuti sei completamente assorbito dalla storia, dall’amore che traspare per i cavalli, per Thisby, per i personaggi.
Perchè non c’è dubbio che l’autrice abbia amato Sean e Kate. Sono così ben caratterizzati che mi sembra di conoscerli.

Una piccola digressione sulla Corsa dello Scorpione.
E’ un vero e proprio massacro, un’insieme di corpi di uomini martoriati e massacrati, distrutti dai Capaill Uisce, dall’oceano o da se stessi. Una grande metafora della lotta per la sopravvivenza, nella quale, indipendentemente da tutto ciò che sta intorno, le redini le tieni tu, a tuo rischio e pericolo.

Due standing ovation.
La prima per non aver creato l’ennesimo figodiddio, ma per aver dato vita ad un personaggio maschile giovane, interessante e affascinante, senza ricorrere a muscoli e soldi.
La seconda per aver scritto un lieto fine per niente stucchevole ma poetico. Un filino troppo sbrigativo, ma coerente e commovente.

Un piccolo desiderio prima di concludere.
Prego la mia buona stella che non ci sia un seguito, che sia uno di quei bellissimi, emozionanti romanzi auto conclusivi che ti lasciano sognare cosa succederà in futuro.

Ad essere onesti cosa succederà in futuro ce lo dice uno dei miei personaggi “non protagonisti” preferito: George Holly

“Il prossimo anno tornerò e tu avrai un piccolo allevamento di cavalli fuori della tua finestra, Puck Connolly nel tuo letto, e io comprerò i cavalli da te invece che da Malvern. Questo è il futuro che ti aspetta.”

In poche parole

L’amore per i cavalli che non sapevate di provare

Poschina

p.s. E’ uno di quei libri, ormai rari, che mi comprerò anche in versione cartacea, voglio rileggerlo gustandomi il profumo della carta…