Come due Sconosciuti – Lisa Kleypas

Lo sapete tutte, per me la Kleypas è speciale. Io so che lei sa scrivere, e anche bene, so che sa scrivere storie che mi emozionano, so che sa creare uomini indimenticabili e pretendo tutto questo ad ogni libro. La serie Ravenel fino ad ora è stata una specie di crescendo. Se il primo non mi era piaciuto quasi per niente, il secondo era stato un Bene ma non Benissimo mentre il terzo mi era piaciuto anche e soprattutto per la magnetica presenza di Sebastian St. Vincent. Ero piena di aspettative per questa nuova fatica e mi ha conquistata quasi subito…le prime 60/70 pagine mi erano piaciute abbastanza ma non avevano quel “non so che” da farmi gridare a squarciagola BOOOOOMBA! ma da lì in poi il libro decolla e parte con un ritmo serrato, un susseguirsi di situazioni, pericoli, emozioni, introspezioni, orgasmi e grandi ritorni.

La Trama: Garrett Gibson è l’unica donna medico di Inghilterra, coraggiosa e indipendente come un uomo. Ma non ha mai avuto tempo per una relazione amorosa. Fino a quando non conosce Ethan Ransom, ex detective di Scotland Yard. Di lui si dice che sia un assassino, di certo è pericoloso, soprattutto per Garrett. Perché da nessuno si è mai sentita attratta così…

Ed ora la parola alla giurata….cercherò di non spoilerare nulla

Io non so nemmeno da dove cominciare. Libri come questo sono il motivo per il quale io amo Lisa Kleypas. Quei libri che non smetteresti di leggere, quei personaggi che ti ricorderai a distanza di tempo, quelle storie……
…… storie piene di tutto, anche esagerato, strabordante.
L’amore troppo AMMMOREEEEEE, le difficoltà insormontabili, i pericoli costanti, gli orgasmi che sono davvero orgasmici (e in questo libro la descrizione del primo orgasmo di Garrett è talmente particolareggiata e lunga da sforare il racconto scientifico), i personaggi talmente rifiniti che ti sembrerà, alla fine della lettura, di averli conosciuti davvero.

E poi in questo libro, ad un certo punto, quando meno te l’aspetti, spunta lui.
L’Uomo Caramella Rossana. Giuro che ogni cazzo di volta che compariva nella storia, diceva qualcosa, o semplicemente intuivo la sua presenza da qualche parte nella stanza o addirittura nella magione “I started to cream in my knickers” come avrebbe detto Miriam Margolyes. Mio dio non vedo l’ora che esca il libro incentrato su di lui perchè se mantiene le aspettative è roba da sburrare per due giorni di fila e di abbandonare i Sex Toys a favore della rilettura ….

Mi è già venuta la vampata.

Ma a parte l’Uomo Caramella Rossana (e badate bene che non ho detto Uomo Harmony e non è certo un caso) qui siamo di fronte a due bei personaggi sui quali si concentra tutta l’attenzione della Kleypas. A differenza degli altri libri, dove il contorno di persone a volte distraeva o risultava eccessivamente invadente, rumoroso, macchiettistico, qui Zia Lisa decide di sezionare corpo e anima dei nostri due eroi e ne esce un quadro sfaccettato e completo di due persone che per un motivo o per l’altro nella vita hanno accantonato se stessi in favore degli altri.

Garrett, che ha dedicato la sua vita alla professione medica in un mondo che ancora non era in grado di accettare che una donna avesse le stesse potenzialità cerebrali di un uomo, ha dovuto crearsi una scorza bella dura per resistere ad offese e pregiudizi. Garrett che va in giro in zone malfamate di Londra per curare anche i più bisognosi e che viene seguita da un uomo misterioso….

Ethan dal canto suo ha avuto più o meno una vita di merda. E non si è mai concesso nemmeno il lusso di immaginare la quotidianità di una vita famigliare. Lui che è stato poliziotto e poi membro di una squadra speciale dei servizi segreti. Lui che abbiamo conosciuto nei precedenti libri perchè assoldato da Winterbone e descritto come losco e pericoloso. Lui che in realtà è alto, forte, bello, muscoloso e con un enorme cazzo pronto ad immergersi in inviolati antri. E non è la mia solita esagerazione, ma la considerazione di un medico come Garrett, quindi affidabilissima.

Due personalità estremamente diverse ma decisamente affini, due anime bisognose di comprensione e di affetto, di lasciarsi andare, di riscoprirsi esseri fatti di carne e sangue e non solo di cervello e nervi saldi.

Il loro è un amore improvviso, fulminante, importante.
E non potrebbe essere altrimenti.

Per quanto mi riguarda la parte più “debole” è l’inizio. Il modo in cui si interfacciano, l’eccessiva resistenza di Garrett e i pretesti grazie ai quali continuano a incontrarsi e scontrarsi non mi avevano fatta sospirare o tremare di anticipazione. Ma si parla sempre di una lamentela eccessiva, dettata più dal fatto di aspettarsi 10 e trovarsi davanti ad un 8 piuttosto che a delle carenze vere e proprie di idee e di scrittura.

Poi però….

…… arriva un punto in cui tutto comincia ad intrecciarsi meravigliosamente e la storia corre a ritmo serrato, i personaggi crescono, i comprimari diventano fondamentali, si comprendono gli ingranaggi di un meccanismo che funziona come un orologio svizzero e, #Siabenedettoiddio, si tirano un po’ le fila del discorso irlandese introdotto con il libro precedente e, lasciatemelo dire, trattato all’epoca in modo a dir poco indegno (la parte poliziesca nel libro precedente era a dir poco un pretesto fastidioso ed inutile).

E poi c’è lui.

L’Uomo Caramella Rossana, colui che sarebbe tutto da scartare, succhiare e leccare. Un uomo che riesce ad essere ironico, sarcastico, sexy e dolce contemporaneamente. Non sbaglia un’entrata, una battuta, un movimento.
E’ praticamente perfetto.
E quest’uomo è West Ravenel.
Dal primo momento in cui compare nella storia, ruba completamente la scena a tutti, l’unica a tenergli testa è Garrett; insieme come coppia avrebbero spaccato il culo ai passeri e su questo la Kleypas ci gioca anche, facendo ripetuti riferimenti durante tutto il racconto al fatto che sarebbero stati una bella coppia.

Ora però c’è un grande, enorme, insormontabile problema.
Sarà in grado Zia Lisa di mantenere questo livello e scrivere un libro che riesca a non rendere West una caricatura di se stesso? Sarà in grado di farci vedere, sentire, palpare la profondità di questo meraviglioso uomo?
Perchè io ora lo pretendo. Pretendo il massimo. E quanto sia esigente e cagacazzo lo sanno ormai tutti.

Era da tempo che aspettavo un libro che mi soddisfacesse in pieno. Era da tempo che finivo una storia ma restavo con l’impressione che mancasse qualcosa o che le cose avrebbero dovuto andare in modo diverso.
Ora sono soddisfatta.
Come due sconosciuti  è un bel libro.
Ci sono bei personaggi, una bella storia, un complotto che ha senso e che è gestito bene; si affronta il tema dell’emancipazione femminile e ancora una volta si parla in modo indiretto della drammatica condizione delle classi basse nell’Inghilterra dell’Ottocento. E in tutto ciò non viene calcata la mano usando storie che sforano il patetismo ma anzi, è spesso usato un approccio più, passatemi il termine, tecnico. Che a mio parere è decisamente più efficace.

Che dire…. io l’ho amato molto e vi consiglio di leggerlo il prima possibile.
Resto comunque dell’idea che il titolo originale “Hello Stranger” fosse decisamente più azzeccato.

In poche parole

Se cercate del buon sesso, una versione ottocentesca di CSI e Grace Anatomy…… se vi piacciono le Spy Story e siete sensibili alle cause sociali ma, sopra ogni altre cosa, se anche voi  come me anelate l’Uomo Caramella Rossana, allora questo è il libro che fa per voi.

 

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Come Respira una Piuma – Marcello Florita

Ci sono letture leggere e letture pesanti.
Leggere questo libro è stato pesante come un’incudine lanciata a duecento all’ora che ti piomba diretta sullo stomaco. Non sul cuore, o sulla pancia, ma proprio sullo stomaco, quell’organo che per me simboleggia la somatizzazione, il campanello d’allarme che qualcosa non va, sto di nuovo accumulando tensione, dolore, frustrazione.
L’incudine è arrivata e ha stravolto tutto, ha spappolato quel nocciolo di bagaglio emozionale represso che stava lì da 3 anni. Una specie di groviglio di fili stretti l’uno all’altro che non permettevano a nulla di entrare e di uscire.
Marcello, o meglio….papà di Francesca e Filippo, grazie.

Sinossi: Francesca e Filippo sono i protagonisti di questo romanzo, due gemelli nati al sesto mese e mezzo di gravidanza, che insieme ai genitori si trovano ad affrontare un doloroso percorso lontano dal “miracolo della vita”. La TIN (Terapia Intensiva Neonatale) è un “non-luogo” dove la nascita e il riconoscimento della propria genitorialità sono un processo lento e travagliato che passa attraverso tre passaggi obbligatori segnati dai diversi livelli di contatto con il proprio cucciolo. In un luogo, dove non è mai concesso festeggiare, timori giornalieri s’alternano a timide conquiste: un contatto, una poppata, un primo respiro spontaneo. In questo racconto si delinea una concezione della paternità molto diversa da quella raccontata solitamente: un delicato gioco di relazioni le cui regole sono scritte sulla sabbia.

Ed ora la parola alla giurata

Questa è una recensione “di pancia”.
Non ci saranno verghe turgide, multiorgasmi, sarcasmo, ironia e caramelle Rossana tutte da succhiare.
Ma ci sarò io. L’altra parte di me. Quella meno frivola e più concreta. Quella che ormai nascondo sempre più spesso….quella che ha un disperato bisogno di “venire fuori”.

Il primo ricordo che ho legato alla maternità è la sensazione di vuoto e solitudine. Vuoto, perchè mi erano appena stati strappati dalla pancia i miei figli, alla 31esima settimana di gestazione e solitudine perchè ero in sala operatoria, da sola, senza nessuna voce amica in quanto trattandosi di un cesareo d’urgenza, il mio compagno è rimasto fuori. Ed è anche stato fortunato (se così si può dire) perchè ha potuto vedere Emanuele e Alessandro ben 2 giorni prima di me. Li ha respirati, li ha toccati. Poi non credo che vedere che intubano i tuoi figli minuscoli, prematuri e sofferenti sia proprio quella meravigliosa esperienza di genitorialità di cui tutti parlano, ma per me resta comunque qualcosa che mi è stata negata, quel primo contatto tanto fondamentale che a me è mancato.
Quindi ero una mamma sola e vuota.

Il reparto, il giorno dopo, pullulava di neonati sani, torniti, urlanti, scagazzanti, fastidiosamente in buona salute e di parenti. Padri orgogliosi, nonni orgogliosi, zii, amici, cugini di 15esimo grado ed io ero sola. Nessun bambino, nessun parente, nessuno. Solo io. I miei genitori sono passati a trovarmi ma nessuno è rimasto con me tutto il giorno mentre, letteralmente, cercavo di mantenermi calma per non impazzire di dolore  e preoccupazione.

Il giorno seguente per fortuna posso vederli, dopo un viaggio atroce in ambulanza, 40 gradi, la ferita del cesareo che gridava vendetta, l’attesa in accettazione e la chilometrica camminata dal reparto maternità alla TIN. Arrivo nella loro stanza e finalmente li vedo, piccoli (in realtà erano coerenti con l’età gestazionale ma minuscoli rispetto ad un neonato a termine), rossastri, quasi completamente coperti da lenzuolini, cannule, cappellini, occhialini, c-pap, bende…..e via dicendo. E la prima impressione che ho è quella giusta. Stanno chiaramente ed inconfutabilmente soffrendo. Lo si evince dal respiro, dalla cassa toracica che si espande in modo irregolare e schizofrenico e dal cuore, che si sente chiaramente sotto il polpastrello del dito indice, quando mi arrischio a toccare Emanuele. Sento il suo cuore.
Non il battito.
L’organo.

E in questo primo incontro in realtà non c’è armonia, magia, campane che suonano, lacrime di commozione, maternità che sprizza da tutti i pori ma solo una sensazione netta e tagliente “Non sono nemmeno riuscita a portare a termine una gravidanza. Per colpa mia stanno male”.

Armata di questa convinzione mi attivo per fare tutto quello che posso per sentirmi più mamma e meno incapace e mi lancio nel tiraggio del latte. Marcello descrive bene quella competizione che si crea per dimostrare, prima di tutto a se stesse, di essere in grado di fare qualcosa di normale, visto che con la gestazione non è andata tanto bene, quindi il latte diventa fondamentale. I miei primi 5 ml li ricordo ancora. E ricordo ancora le notti a casa, quando puntavo la sveglia alle 3 di notte per attaccarmi al tiralatte, da sola, in cucina. Con il timer del cellulare a volume massimo perchè ogni tanto mi addormentavo. Perchè allattare e tirarsi il latte NON è la stessa cosa. E’ sempre il miglior latte che puoi dare al tuo bambino ma manca il calore, il respirarsi addosso. Me lo disse una mamma che era al suo secondo figlio “Non capisco quelle donne che preferiscono dare il latte artificiale invece del proprio, è così bello attaccare tuo figlio, caldo, morbido, che ti respira addosso”. Bellissimo. Quest’idea che allattando ci si respiri a vicenda. Ci si annusi. Ci si conosca.

E questa cosa mi è rimasta dentro. Questa mancanza intendo. Vedo e sento tantissime neomamme che non allattano, non perchè non abbiano latte o perchè i bambini per malattie varie non possano suggere ma perchè trovano più comodo il latte artificiale.
C’è sempre quell’attimo, quando mi trovo di fronte ad una mamma che mi dice che aveva il latte ma ha preferito ripiegare sull’artificiale per comodità e perchè allattare è doloroso, nel quale mi verrebbe voglia di farle parlare con le donne disperate che ho conosciuto in TIN, quelle che nonostante gli sforzi avevano poco latte o quelle che ne avevano ma non potevano attaccare il figlio e passavano intere mezzore a rimproverarsi per non poter avere quell’opportunità, quel rapporto. Mi verrebbe voglia di gridargli in faccia “Eh, certo……parli dall’alto del tuo enorme culo, è andato tutto bene, il vitello lo hai portato a casa dopo 3 giorni e ti permetti persino di sprecare IL LATTE!”
Eh sì, sono umana ed incazzosa.
Ma anche razionale, quindi passato quell’attimo mi rendo conto che piuttosto di una madre allattante ma depressa e scazzata è meglio una madre non allattante ma felice e rilassata. Però quell’attimo c’è sempre, ogni volta.

Ci sono tante, tantissime sensazioni vissute in TIN che erano rimaste incastrate nel groviglio di fili che avevo all’altezza dello stomaco e Marcello, ripercorrendo la sua storia, che è anche un po’ la mia, ha trovato il bandolo della matassa e lentamente, mentre leggevo le sue parole (lentamente un cazzo, è stato come far esplodere una diga) tutte le emozioni, dal dolore sordo e persistente alla gioia, delicata come un battito di ali della farfalla più piccola del mondo, sono tornate a farsi sentire. Dolorosamente ma soprattutto catarticamente (che non so nemmeno se si può dire ma ci siamo capiti).

Sento ancora la fatica che ho fatto quando abbiamo deciso di portare a casa Alessandro, che ormai stava bene e di lasciare in ospedale Emanuele. Scelta razionale, estremamente razionale che ho pagato ogni volta che guardavo Alessandro e pensavo che Emanuele era lontano, che non potevo abbracciarlo, che l’avevo lasciato in ospedale; un senso di colpa che covo ancora. Meno male che c’era mia madre, che armata di una forza di volontà straordinaria, ogni giorno affrontava i 40 gradi dell’estate milanese per raggiungere la clinica e farlo sentire meno solo. Ancora oggi lo chiama “il MIO Emanuele”, probabilmente non se ne rende nemmeno conto, ma lo sente un po’ suo perchè in effetti ha fatto le mie veci tutte le volte che non potevo andare a trovarlo. Si ricorda ancora di quando, mentre gli dava da mangiare, è diventato blu…il monitor impazzito e l’infermiere che dichiara “Signora, così me lo uccide”. Era una “banalissima” apnea ma mia madre non l’aveva mai vissuta personalmente e lo ricorda ancora con angoscia. D’altronde lui non mangia, si ingozza di cibo, lo ha sempre fatto e lo fa ancora adesso. Solo che a 35 settimane non aveva ancora meccanizzato che non puoi mangiare e dimenticarti di respirare.

E non avete idea di quante volte mentre leggevo mi sia venuta voglia di sventolare il libro in faccia alla gente urlando “Leggi……è esattamente così che mi sentivo. Ecco, sono io….sono IO!!!” Perchè in effetti è come se qualcuno mi fosse entrato dentro e avesse esplorato la mia emotività in quei cazzo di due mesi che ho passato in TIN; tra monitor urlanti, apnee, lavaggi mani eterni e montagne russe emozionali.

Finalmente qualcuno è riuscito a mettere nero su bianco cosa significa essere un genitore prematuro, Marcello usa il termine “Irregolare” che è splendido e rende benissimo l’idea di una situazione di limbo costante nella quale oscilli tra un mondo esterno che non ti comprende e l’inferno della TIN nel quale alla fine trovi una quotidianità e una routine che però restano una realtà aliena, fittizia, segnante.

Un libro semplicemente unico e coinvolgente, certo….per me è stato una bomba e per i lettori che non hanno vissuto quest’esperienza probabilmente non avrebbe lo stesso impatto, ma è soprattutto un libro onesto e sincero, dove un padre (psicologo, dettaglio fondamentale perchè gli ha permesso di analizzare con professionalità e cognizione di causa tutti quei meccanismi che scattano nel genitore catapultato all’Inferno) si confessa senza pudori. Ho adorato anche come riesce comprendere sua moglie, le paure, le insicurezze, le debolezze di una donna di fronte ad una situazione complessa e di come traspaiano un rispetto e una delicatezza rari, che in parte si devono alla comprensione in senso professionale, ma che secondo me hanno radici profonde nella persona.

Probabilmente devo arrendermi all’idea che mi sentirò sempre una madre irregolare, che continuerò ad essere infastidita dalle puerpere che descrivono un parto perfettamente regolare come “traumatico”, quelle che mi dicono candidamente “Almeno tu ti sei risparmiata ore di contrazioni, a me il cesareo lo hanno fatto dopo 20 ore di sofferenza”…. mai una che rifletta su quando è dolorosa è traumatizzante un’esperienza come un parto prematuro, su quanto le 20 fottute ore di contrazioni svaniscano di fronte alle 1300 ore di sofferenza fisica, psicologica ed emotiva che ho passato in TIN.
Devo arrendermi all’idea che non tollererò mai e non perdonerò mai quelli che mi hanno detto, mentre avevo i figli in TIN “Beh, approfittane per riposare perchè poi quando arrivano a casa….allora sì che sarà dura”. Come se io la notte non la vivessi come il momento peggiore, perchè loro erano da soli, e avrebbero potuto sentirsi male, soffrire, morire. Come se non fosse estenuante tirarsi il latte ogni 3 ore e correre avanti e indietro tra Cesate e la Mangiagalli.

E no, ora ve lo dico in faccia e sarò anche scortese, quando arrivano a casa non è dura. Quando arrivano a casa è un dono, è gioia, è felicità, è famiglia.
Un genitore “irregolare” attende il giorno delle dimissioni come un campo arido anela l’acqua. Siete voi, madri regolari e padri regolari, che avete terra fertile e rigogliosa, che vi lamentate perchè le piante fanno troppi frutti, perchè l’erba cresce troppo velocemente e non vi fermate nemmeno un secondo a riflettere per rendervi conto di quanto siete fottutamente fortunati.

Ammiro quelli che riescono ad archiviare, a dimenticare, a superare un’esperienza come la TIN dichiarando serenamente che è passata, è andato tutto bene ed è inutile ripensare a quei momenti.

Prima di leggere questo libro il dolore me lo portavo dentro, lo sentivo sulla pelle e lo avvolgevo insieme a tutte le altre emozioni in un groviglio senza capo nè coda.
E grazie a Marcello ora lo abbraccio, lo faccio mio, lo vivo, lo metabolizzo e soprattutto lo accetto.

Non posso fingere di non provarlo ma soprattutto non voglio più fingere di non provarlo.

Non saprei a chi consigliare questa lettura. Sicuramente a chi sta vivendo, in questo momento, una situazione simile, ai parenti, ai nonni e agli amici di genitori “irregolari”. E anche a tutte le persone intelligenti che hanno voglia di comprendere e di crescere.

Ah, ovviamente ho versato litri e litri di calde, amarissime, liberatorie lacrime.

In poche parole

Un libro poetico, crudo e sincero, di cui avevo un estremo bisogno senza nemmeno saperlo. Grazie Marcello.

Poschina

Le età di Lulù – Almudena Grandes

C’è sempre quel libro che avresti voluto leggere e che non hai mai letto, non sai bene perchè ma è rimasto lì, anni ed anni, passando di Wishlist in Wishlist finchè un giorno, senza alcuna ragione apparente, hai deciso di acquistarlo e cominciare a leggerlo.
Di solito diventerà il Libro illuminante della tua personalissima stagione letteraria perchè per quanto mi riguarda, i libri sono come l’Anello di Sauron, hanno un proprio volere ed esercitano il loro potere a piacimento.

La Trama: Per Lulù, protagonista di questa storia, l’erotismo ha i caratteri di un’ossessione, di un richiamo ineludibile che induce a sperimentare le più estreme forme di trasgressione: conseguenza paradossale di una prima, violenta e tenera esperienza avuta a quindici anni con Pablo, amico di famiglia di dodici anni più vecchio di lei, e del loro rapporto, coltivato nella lontananza fino a ritrovarsi e a sposarsi. Ma è, il loro, un rapporto fondato sul libertinaggio: scelta eversiva per Pablo, intellettuale d’opposizione nella Spagna franchista, condanna irredimibile per la sua moglie bambina, costretta nel ruolo di «agnellino bianco con il fiocco rosa».

Ed ora la parola alla giurata

Trascinante.
Se dovessi descrivere questo libro con una sola parola userei trascinante. Una scrittura scorrevolissima, intelligente, bella. Una scrittura che deprime la mia parte più intima, quella che vorrebbe ma non può, che si rende conto che nonostante gli sforzi non potrà mai scrivere così, essere in grado di trasmettere le emozioni in modo tanto deciso e chiaro da portare il lettore a vivere le pagine e non solo a leggerle.

Ed oltre alla scrittura, mi mancherebbe comunque la Storia da scrivere. In questo caso la discesa agli inferi di Lulù, ragazzina sgraziata e un po’ perversa che viene iniziata al sesso dall’unico vero amore della sua vita e poi lasciata allo sbando di una ricerca ossessiva dell’eros, dei corpi, del sentire, dell’appartenere a qualcuno, qualcosa. Figlia di una famiglia talmente numerosa da non avere tempo da dedicarle (“Tu sei forte, te la poi cavare da sola” le dice una colpevolissima madre), ha come unico punto saldo dell’esistenza Pablo, amico del fratello, attivista politico, poeta.

Lulù è giovane, bella, attratta dal sesso come una falena dalla luce di una candela. E Pablo non resiste, non può resistere all’adolescente Lulù, a quella bambina appena cresciuta che lo eccita e sulla quale ha fantasticato da sempre, una quasi sorella erotica e tentatrice, pronta per essere colta dall’albero dell’innocenza.

Pablo non chiede, pretende.
Pablo è la tentazione, l’amore idealizzato, il perno di una bussola impazzita che non indica la strada da seguire ma un crocevia di esperienze, di perversioni, di esperienze che spesso lasciano Lulù disorientata e con un senso di vuoto incolmabile. Quel vuoto che ha da sempre, poco importa se sia dovuto all’assenza di una famiglia troppo numerosa e troppo poco attenta o se dipende soltanto da lei, è un vuoto che solo Pablo, certe volte, può colmare.

E’ un vuoto che accompagna quasi tutte le sue esperienze sessuali, quasi fosse una colpa avere delle fantasie e cercare di realizzarle, spingersi verso il limite, sfiorarlo e poi tirarsi indietro.

E’ un rapporto strano quello tra Lulù e Pablo, due organi saprofiti che dipendono l’uno dall’altra senza mai avere il coraggio di ammetterlo, ma spingendosi a vicenda verso il baratro, verso la ricerca di qualcosa che metta a tacere quella smania di sesso e di gioco perverso che è parte della loro natura.

Indubbiamente è un libro erotico, crudo, passionale e terribilmente realistico, ambientato in una Spagna tardo franchista poco sfavillante e piuttosto deprimente, con il degrado in bella vista e costellata di personaggi ambigui e immorali, vittime dell’avidità o di se stessi. Non ultimo Ely, il transessuale che accompagna Lulù in alcune sue avventure, un personaggio intenso e interessante, parte di una fauna che spesso si preferisce nascondere che mostrare. Un racconto con bagagli psicologici pesantissimi e complessi, che non si possono analizzare in poche righe e che sarebbe superficiale accennare soltanto.

Questo splendido libro prende la polvere che di solito si nasconde sotto il tappeto e la analizza; ricerca di piacere, di estremo, di limiti, di passione. La ricerca di Lulù per un piacere sempre diverso, sempre più estremo, sempre più pericoloso appaga la nostra voglia di trasgressione, per questo seguiamo passo passo questa ragazzina farsi donna e lasciarsi andare alle esperienze più variegate, a volte degradanti, altre profondamente appaganti.

Una ricerca che diventa sempre più ossessiva, morbosa, fino a quando il limite non viene superato, fino a quando ormai è troppo tardi e non resta altro se non la consapevolezza di non poter più tornare indietro; fino al rendersi conto che in fondo l’unica cosa che conta è un abbraccio carico di tenerezza straziante.

Due parole sul sesso.
Questo libro gronda sesso da ogni angolo, sesso sporco, grezzo, a volte violento, altre anestetizzato, sesso parlato, fatto, idealizzato, fantasticato. Sesso in ogni salsa e le descrizioni sono dettagliate e particolareggiate, non c’è nulla di edulcorato, nulla che riporti la mente ad un romanticismo spiccio. Ci sono corpi che sudano, che si aprono, che si feriscono, che si bagnano. Il tutto mostrato senza ostentazione nè vergogna. Ma anche senza alcuna clemenza.

Su tutto, ma soprattutto su Pablo e Lulù, una dolcezza triste e consapevole, una sorta di malinconia per qualcosa che avrebbe potuto essere e non sarà mai. Un’inquietudine fatta di sentimenti repressi, di incesti, di non detti, di amore brutalizzato, incompreso, abortito.

Un amore distorto, analfabeta, che parla attraverso il martirio dei corpi; un Pablo dominante e decadente più per ideologia che per indole ed una Lulù eterna bambina bisognosa di affidarsi ad un uomo che è sì compagno, ma anche padre, per non finire vittima di se stessa. Una storia d’amore malata, brutta, fastidiosa e assolutamente irresistibile.

Che dire?
Chapeau!

In poche parole

Bello….. bello in modo assurdo.

Poschina

Da leggere a quindici anni, per viverlo in spensieratezza e a 35 per godere appieno il bagaglio psicologico dei personaggi. Ma soprattutto da regalare ad una donna alla quale volete davvero tanto bene.

Per Vendetta o per Amore – Madeline Hunter

E’ un Romanzo Introvabile, o almeno così recita la copertina e allora io vi dico “Alzate il vostro culone flaccido dal divano e trovatelo perchè merita”.
Volevo scrivere una recensione di getto, ma ho preferito lasciar decantare un pochino le emozioni e poi la dura e cruda verità è che ho avuto un weekend impegnatissimo nel quale sono anche riuscita ad andare al mare dopo due anni e mezzo di assenza e dopo chili di focaccia e inalazioni di iodio ho le idee decisamente più chiare.

La Trama: Daniel St John ha un terribile passato alle spalle. Colpevole del disastro che ha distrutto la sua famiglia è Andrew Tyndale, di cui Daniel intende vendicarsi. Ma nella sua vita irrompe la giovane Diane, figlia di uno dei complici di Tyndale, che Daniel si era trovato a dover gestire fin da bambina, affidandola a un collegio. Adesso Diane è cresciuta e gli chiede aiuto per farsi strada nel mondo. Così lui la accoglie in casa sua, deciso a presentarla in società come una lontana cugina e a servirsi della sua bellezza per attirare Tyndale. Ma Daniel non ha fatto i conti con l’irresistibile fascino della ragazza…

Ed ora la parola alla giurata

Cercherò di non spoilerare più di quanto non faccia la trama, che secondo me dice un filino troppo.

Comunque ci troviamo di fronte ad un vero eroe tormentato e per gran parte del libro conosceremo solo l’odio profondo che cova e non la causa di tutta questa rabbia. Ed è per questo che a me è piaciuto assai, perchè non viene sviscerato immediatamente il busillisi, ma l’autrice ci tiene in sospeso dalla prima alla quart’ultima pagina (più o meno) in una specie di limbo dal quale intravediamo piccoli scorci di sole ma per lo più brancoliamo nel buio delle ipotesi.

Vi ricorda qualcuno?

Oltretutto Daniel è anche quello che da noi si definisce “un gran figo” e sappiamo per certo che parte dei suoi soldi li ha fatti donando la sua enorme verga a donne abbienti in cambio di finanziamenti di vario genere. E tutte noi sappiamo di poter riassumere questo passato nel mantra “Uno che Scopa Bene” e già questo basterebbe a farmelo amare, sognare, desiderare.

E questo è solo l’inizio perchè, finalmente, abbiamo di fronte un personaggio maschile complesso e interessante, che combatte in ogni modo l’attrazione per la giovane a lui affidata ma che non riesce a resisterle. Un uomo che vorrebbe non provare nulla perchè sarebbe più semplice mettere in pratica il piano di vendetta (sia chiaro che nonostante l’AMMMORE, il Sesso e tutto il resto lui vuole sempre e comunque vendicarsi; ad ogni costo).

Diane, dal canto suo è una giovane donzella che non sa niente del suo passato, pura di cuore senza essere Santamariagorettiana, ha come unico desiderio quello di ritrovare il suo passato per sentirsi parte di qualcosa.
Ovviamente è attratta da Daniel e altrettanto ovviamente gli si concederà senza alcuna remora ed è qui, proprio nella loro prima volta, che si vede quanto l’autrice sia brava perchè contrariamente al 500% dei romance in circolazione, non ci sono multiorgasmi e dichiarazioni svenevoli ma quello scontro tra volontà, sentimento e ragione che impediscono a Daniel e di conseguenza a Diane di “godere” del momento.

Daniel non vuole assolutamente perdere di vista il suo unico obiettivo: La Vendetta (e diosantissimo ha perfettamente ragione), mentre Diane che lo ama a prescindere, vuole solo donargli il suo amore. E non aspettatevi la solita prima volta con lui che di colpo apprende il “miracolo della vita” grazie a lei oppure i fuochi d’artificio rosa con confetti malva e quintali di frosting al burro ma piuttosto una bella, improvvisa doccia gelida.

Nonostante tutto però, quanto Daniel cova rabbia, frustrazione e sete di vendetta, tanto in Diane prosperano l’amore e l’accettazione dell’altro.

Ma che tenerezza e che puccismo direte voi.
Ed infatti per quanto mi riguarda l’unica nota dolente sono le ultime pagine un filino troppo “sole – cuore – amore”.
Ma gliele perdono tutte senza alcun problema e senza pentimenti, perchè il resto del libro funziona; funziona l’introspezione, funzionano le motivazioni di ciascun personaggio, funziona anche una certa lentezza narrativa. E tutto ciò solo grazie alla bravura dell’autrice che ci accompagna in una traversata nelle debolezze umane, con delicatezza e tatto e con tanta passione, che sia per la vendetta, per il sesso, per l’amore o, cosa più importante, per l’accettazione di un passato che nulla può cambiare.

Che poi è la stessa sensibilità che avevo già notato qui e che avevo amato con ogni atomo del mio corpo.

In poche parole

Un eroe romantico che scopa bene. Di più non si poteva chiedere.

Poschina

p.s. Ho già acquistato il cartaceo del resto della serie….ebbene sì, ce ne sono altri 4 che attendono le mie attenzioni.

Qui sotto la copertina della vecchia edizione. E mi sovviene l’antico mantra “più la copertina è merdosa, più il libro è bello”. Stavolta funziona.

Perfido Intrigo – Mary Balogh

E’ la seconda volta nello stesso mese che incappo in un libro di Zia Mary che non sembra essere stato scritto da Zia Mary. Come tutti sapete con la suddetta non ho un rapporto idilliaco perchè ritengo che molti dei suoi libri siano delle vere e proprie palle al cazzo.
Spesso in effetti non arrivo nemmeno a leggere mezzo romanzo perchè lo abbandono prima per rabbia o per noia. Ma non è questo il caso. Lo dico subito e senza vergogna.

Questo libro mi è piaciuto tanto; anzi….come direbbe Jovanotti: Tanto tanto tanto tanto tanto.

cover

La Trama: L’incontro tra Isabella Fleur Bradshaw e Adam Kent sembrava senza conseguenze: lui sarebbe tornato al suo matrimonio senza amore, un’unione vissuta come un dovere quotidiano, e lei alla sua vita da aristocratica decaduta, costretta ad arrangiarsi per sopravvivere. Ma, in quella notte magica, tra loro era nato qualcosa, una passione destinata a durare. La strada verso la felicità non sarà però così facile…

Ed ora la parola alla giurata – Spoiler dettagliatissimi

Questa storia è una storia triste.
Si, ok, è un Romance, per carità su questo non ci sono dubbi sin dal titolo (che peraltro fa cagare), ma è un romance venato da una tristezza particolare, dalla malinconia, dallo struggimento.
Ed è per questo che secondo me, donna che nel malinconico/triste/dolceamaro ci sguazza, questo libro merita davvero di essere letto e probabilmente riletto.
Non è certo esente da quegli stereotipi che tanto mi danno fastidio, ma il tutto viene letteralmente surclassato da una coltre di tristitudine che ti rimane appiccicata addosso per tutto il tempo della lettura ed oltre.

Adam è fidanzato con una donna bellerrima, è giovane, ricco, titolato e stucchevolmente felice. Decide di arruolarsi in preda alla fregola dell’onore e sfiga vuole che venga ferito da una granata che gli devasta viso e parte del fianco tanto che si sparge a macchia d’olio la voce della sua morte in battaglia. Ed è così che la dolce e bellerrima fidanzata si fidanza con il di lui fratellastro, secondo in linea di successione.
Purtroppo per lei, Adam è vivo e ancora innamorato, a differenza di Michael che approfitta subito della situazione per partire per le Indie e liberarsi della belloccia e del figlio della colpa che la cretina ha in grembo.
E Adam che fa? Non le dice “Cretina che non sei altro, guarda che Michael è letteralmente fuggito perchè non ne vuole sapere di sposarti e fare da padre alla creatura ora che io sono tornato e ha perso il titolo, quindi piantala di frignare e vaffanculo”.
No, lui è di buon Cuore e si prende la colpa della partenza del fratellastro facendosi odiare dalla futura consorte (ebbene sì, lui è davvero innamorato e si prende la stronza e la figlia della colpa).

Dopo 5 lunghissimi anni, anni in cui non vede una vulva manco a pagarla, si trova una sera fuori da teatro e vede una prostituta piuttosto macilenta appoggiata ad un muro e decide di passare la notte con lei.

La prostituta in questione è Isabella, dama accusata di omicidio e per questo fuggita da casa; la quale, per non crepare di fame, decide di vendere l’unica cosa che ha: il suo vergine corpo.
Adam  scambia la sua timidezza per riluttanza (la sua adorabile moglie continua a ripetergli che gli fa schifo conciato com’è) e ci va giù pesante, salvo poi accorgersi che poco ci mancava che la sventrasse. Inizia così ad essere sopraffatto da un lacerante senso di colpa che lo spinge ad offrire alla ragazza, tramite il suo segretario, un lavoro come istitutrice della figlia della colpa e la spedisce nella magione di campagna.

Isabella si adatta in fretta alla nuova vita, è felice, realizzata e rilassata, nonostante la padrona di casa sia una stronza e la figlia della colpa una viziata che avrebbe bisogno di due schiaffi ben assestati, ma tutto è destinato a cambiare quando scopre che il padrone, tale Kent, altri non è che colui che l’ha sbattuta violentemente in uno squallido letto e che la terrorizza ogni notte con incubi nei quali rivive la traumatizzante esperienza.

Due anime profondamente ferite e dolorosamente fragili però sono in fondo anime affini e non tardano a rendersi conto che c’è qualcosa che li lega, qualcosa che va oltre quello che è successo, qualcosa che sarebbe il caso di non accantonare, qualcosa per la quale, forse, vale la pena rischiare.
Purtroppo non si può.
Adam è intrappolato in un matrimonio tristissimo con una stronza che se da una parte mi fa pena, dall’altra trovo estremamente stupida e le ho augurato una morte dolorosissima e atroce per la maggior parte del libro; Isabella (Fleur) si sente ormai un’anima persa per essersi venduta, perchè è accusata ingiustamente di omicidio e perchè viene vessata dal cugino che se la vorrebbe bombare in continuazione e la ricatta senza pietà.
Ed è in questo stallo sentimentale che il libro procede tra un avvicinamento ed un allontanamento dei nostri eroi, tra dubbi, incertezze, passione, paura, affetto, amicizia, frustrazione.

Tutti sentimenti descritti molto bene, con una delicatezza rara, che ti fanno passare il tempo a sperare che i cattivi facciano una bruttissima fine e che i buoni danzino nudi sulle loro tombe in un sabba orgiastico per propiziarsi il futuro.

Adam e Isabella sono stati sfortunati, fottuti dalla vita, incatenati dalla sorte in un limbo dal quale sembra impossibile uscire, ma per fortuna non è così. E stavolta perdono a Zia Mary anche puccismo e Big Misunderstandings al limite del credibile perchè questi due Losers (lui soprattutto) meritano tutto il mio affetto, tutta la comprensione e tutta la pucciosità che nascondo nel profondo, si meritano il loro cazzutissimo lieto fine, con i cuoricini, le rose rosa e gli uccellini azzurri che cantano.

Adam e Isabella devono essere felici, e che cazzo!!!!!

Non è facile scrivere di perdenti, di persone profondamente ferite nel corpo e nell’anima senza cadere nel patetismo o nel ridicolo. Il fatto che Zia Mary ci sia riuscita le fa onore e me la fa vedere con occhi diversi.

Questo libro lo dedico a quelli che sostengono che il romance sia per forza futile e stupido, che parli solo di ragazzette ricche e orgogliose e di uomini con cazzi granitici e giganti. Ebbene si può. Si può scrivere un romance che abbia anche profondità. Si può fare!!!!!

In poche parole

Quando Maiunagioia è essa stessa una gioia.

Poschina

P.S. Ho messo la foto della copertina della mia versione…ma vogliamo parlare di quanto è figa questa????????

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LA VOGLIO SUBITO

Cime Tempestose – Emily Bronte

Stavo facendo una recensione di Venetia di Georgette Heyer ma mi sono bloccata. Leggo poche cose nuove (mi sono appena riletta TUTTA Miss Black) e in questo particolare periodo ho dei cazzi per la testa che mi impediscono di concentrarmi pienamente sulla lettura. Bei cazzi, per carità. Avercene di cazzi così. Ben proporzionati, belli da vedere, nuovi da sperimentare….
Si beh. Non che ve ne freghi qualcosa.
Ma tra un pensiero e l’altro sono incappata nel lato oscuro del Romance, ossia uno dei libri con un concentrato di cattiveria e barbarie impressionante. Lui; il semplicemente adorabile “Cime Tempestose”.

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La Trama: Il romanzo di Emily Brontë narra la storia di Heathcliff, del suo amore per Catherine, e di come questa passione alla fine li distrugga entrambi.

Ed ora la parola alla giurata

Se Jane Eyre è l’antesignano di tutti gli Harmony, Cime Tempestose è il lato oscuro del Romance. E quando dico oscuro, intendo quelle passioni malate, distorte, insalubri che portano solo morte e distruzione. Dio…. quanto amo questo libro.

La prima volta che mi approccio all’impronunciabile Wuthering Heights, ho circa quindici anni e sto uscendo a fatica dall’infatuazione per Edward Rochester. Potete immaginarvi senza fatica lo shock emotivo nel trovarmi di fronte ad un eroe che è l’antieroe di se stesso, un uomo brutale, vendicativo, cattivo fino al midollo, capace di passioni violente e inarrestabili e di gesti ingiustificabili che non hanno fatto altro che alimentare le mie fantasie adolescenziali, spingendomi, per il resto della vita, a cercare un bagliore Heathcliffiano negli uomini che ho conosciuto.

E’ difatti noto all’umanità che se devo scegliere tra l’eroe senza macchia  e senza paura ed un bastardo che, quasi sicuramente, maltratterà la nostra eroina prima di arrendersi all’Ammmore, io sceglierò sempre e comunque il secondo, senza ombra di dubbio. Altrimenti come spieghereste la mia passione per gentaglia come Christopher o Guy? Sì, è solo colpa di quel grandissimo infame di Heathcliff e della sua fottutissima cattiveria non poi così gratuita se con me il bastardo ha sempre avuto vita facile.

Ma passiamo a noi.

Primo: se proprio dovete guardare una trasposizione cinematografica scegliete quella attempata con Laurence Olivier. Per dio; evitate come la peste l’imbarazzante versione Rai caratterizzata da Alessio Boni con un castoro morto in testa e saltate a piè pari quella con Ralph Finnes e nonricordopiùchialtro perchè a me è partito il fottone dopo dieci minuti.

Secondo: Alla tizia che nelle recensioni Amazon ha scritto “libro noioso, lento….” e via dicendo farei leggere a ripetizione “I Malavoglia” rigorosamente in ginocchio sui ceci.

Ma passiamo a noi (e due)…

Nella sperduta campagna inglese vive una famiglia composta da mamma, papà e due figli viziatissimi. Un giorno il padre va in viaggio e al ritorno si trascina dietro un sudicio bambino (e NESSUNO riesce a togliermi dalla testa che sia il suo figlio bastardo avuto da quale prostituta di origine mediterranea). Fatto sta che il bimbo in questione si dimostra abituato agli abusi e piuttosto coriaceo nel carattere. Paparino ha una spiccatissima predilezione per il bastardello e la giovane, viziata, insopportabile Catherine, comincia a nutrite un affetto sospetto per il moro trovatello.

Quando il vecchio schiatta, il figlio Hindley diventa proprietario della tenuta e comincia a tiranneggiare il povero, bello, sicuramente superdotato Heathcliff, mandandolo a fare i peggio lavori ed inasprendo così un carattere già ai limiti del sociopatico.

Una sera mentre il bastradello e la viziatona stanno spiando i ricchi vicini di casa (notare che viene specificato come ridano di loro), vengono scoperti e a seguito dell’aizzamento dei cani contro gli intrusi, la viziatella viene ferita. Quando si rendono conto di chi hanno tra le mani, cominciano a trattarla da “little Princess” mentre scacciano il povero Heathcliff manco fosse il figlio del figlio della serva.

Da questo momento in poi assisteremo alla lenta ed inesorabile discesa negli inferi.

Catherine non farà altro che esaltare quei pappamolle dei Linton facendo morire dentro Heathcliff, ed essendo sempre stata vittima di vanità e aspirazione alla ricchezza, comincerà a comportarsi da piccola puttanella altolocata. Il bastardello verrà lasciato da parte sempre più spesso fino al giorno in cui, origliando, sentirà Catherine dire alla domestica che “non potrà mai stare con un buzzurro come Heathcliff e che si vergogna di lui”.

Ed ecco il BM di tutta la storia.

Heathcliff, ascoltate queste parole poco lusinghiere fugge e non rimane a sufficienza ad origliare per sentire la puttanella cosmica dichiarare “Io lo amo, siamo affini, mi conosce meglio di chiunque altro, non posso pensare ad un’esistenza senza di lui” ed altre smielate del genere.
Dopo aver fatto outing con la domestica, si scopre la fuga di Heathcliff e Catherine ne rimane talmente sconvolta da sposare il giovane, noioso, molle, antipatico erede dei Linton.

Tre anni dopo (Minchia 3 anni !!!) un gran figo si affaccia in quel della landa desolata. E’ lui. Il vendicativo Heathcliff che ha passato il tempo acculturandosi, ripulendosi, infighendosi e accumulando denaro [scommetto la mia tetta sinistra che ha fatto il tutto in modo illegale]. Torna a casa, sottrae l’antica magione all’odiatissimo Hindley che ormai è uno sbevazzone dedito al gioco e poi si presenta a casa Linton per dimostrare quanto sia notevolmente figo. Catherine per poco non ci rimane secca e quella cretina, superficiale, stupida della sorella di Edgar: Isabella, si invaghisce del bel tenebroso al punto di convincersi che lui la ami…. ahahahahhahahahaha… mio dio Isabella, sei la vergogna del nostro sesso. Ma non lo sai che uomini come Heathcliff amano una sola volta ed è per sempre? Ma dico io !!!! E’ l’ABC delle relazioni con un sociopatico.

Cmq. Catherine insiste nel cercare di convincere Isabella che il figaccione non la ama proprio per un cazzo e anzi, che le fa la corte solo per indispettire Edgar e per far soffrire lei. Purtroppo Catherine non conosceva la sottile arte della psicologia inversa e con il suo maniacale impegno nel dissuadere la cognata, non fa altro che spingerla tra le braccia e nel letto dell’amato Heathcliff. Una volta sposati, lui la maltratta psico-fisicamente e voi donnicciuole che leggete di uomini dominanti e brutali, finchè non avete letto questo libro non potete avere idea di cosa significhi la parola prevaricazione.

A questo punto Catherine è praticamente sull’orlo dell’esaurimento nervoso, oltre ad essere, ovviamente, gravida. Ama ancora appassionatamente e visceralmente il bastardello e lui è sempre più crudele con tutti, cosa che la fa soffrire perchè vogliono farci credere che, in fondo, lei sia una pura di cuore. Mentre giace quasi sul letto di morte, con il pancione al nono mese, Heathcliff corre da lei ed in una scena straziantissima i due ex fratellastri, ex amanti, ex rivali, si dichiarano eterno amore. Poi lei mette al mondo una splendida bambina e schiatta.

Se possibile, Heathcliff peggiora sensibilmente e schiavizza chiunque. Sua moglie, il figlio, il figlio di Hindley e la figlia di Catherine e anche i cani. Tutti vittime della profonda infelicità di quest’uomo. Ed il fatto che io provi per lui una certa compassione e che lo reputi a tutti gli effetti l’Eroe degli Antieroi, la dice lunga su quanto abbia bisogno di un aiuto psicologico.

Poi certo, qui siamo solo a metà libro e di cose ne devono succedere un botto, ma riguardano la storia tra Hareton (figlio di Hindley) e Catherine Jr., è un pappone atto a dimostrarci come le cose tra Heathcliff e Catherine avrebbero potuto essere se il destino non fosse stato avverso e a noi, della versione edulcorata della storia, non frega assolutamente niente.

Finirà bene?
NO, cazzo !!!! E’ uno dei motivi che mi fa amare questo libro oltre ogni immaginazione.
Finisce con Heathcliff che ossessionato dal fantasma di Catherine, fugge di casa disperato, va al cimitero, dissotterra quel che resta della sua amata e poi viene trovato defunto nel suo letto, così decidono di seppellirlo vicino alla sua adorata zoccoletta.

Ah, che bella storia d’amore.
Triste, disperata, avvilente, degradante, mortificante…. eppure così perfetta. Nell’immaginario collettivo, infatti, questa storia dominata da passioni violente, gelosie estreme, atti di egoismo al limite del tollerabile, prevaricazioni di ogni tipo e soprattutto da testardaggine infinita, è considerata una Grande Storia d’Amore.
E non sia mai che io mi discosti dall’immaginario collettivo.

Io ci sguazzo nell’immaginario collettivo.

Ma non voglio chiudere senza dirvi che io considero Catherine una donna insopportabile. Vanitosa, vittima dell’idolatria della ricchezza, superficiale, accentratrice e soprattutto la causa di tutti i mali del mio povero, sensibile Heathcliff.

In poche parole

Out on the winding, windy moors we’d roll and fall in green. You had a temper, like my jealousy too hot, too greedy. How could you leave me? When I needed to possess you?
I hated you, I loved you too (K. Bush)

Poschina

Liebster Awards – And the Liebster goes to……

Si, lo so che di solito non lo faccio, non certo per snobismo o altro, ma proprio per pigrizia. Della serie “Stasera arrivo a casa e lo faccio”… poi non so…. accendo la tele, faccio ginnastica da camera, mi addormento sul divano… e i giorni passano finchè alla fine mi dico che ormai è tardi e lascio perdere.
Quest’anno invece ho deciso di impegnarmi per dimostrare che sarò sì la Regina indiscussa delle procrastinatrici, ma volendo posso anche abdicare momentaneamente e dimostrare di essere una personcina responsabile.

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Ringrazio i blog di  Agatagrop e Venereisterica per la nomination!

Le regole per questo Liebster Award sono:

– Ringraziare il blog che ti ha nominato.
– Rispondere alle 10 domande.
– Nominare altri 10 blog con meno di 200 follower.
– Comunicare la nomina ai 10 blog scelti.

Tra…due…uno…. Via!!!!

Perchè hai aperto un blog?

Il primo blog l’ho aperto circa otto anni fa, perchè ho sempre amato scrivere e mi sembrava un modo immediato e diretto per poter esprimere quello che sentivo e soprattutto per poter sproloquiare liberamente anche in rete e non solo tra le quattro mura domestiche. LaLeggivora l’ho aperto per poter coniugare la passione dello scrivere a quella della lettura, ed onestamente anche come terapia per superare uno di quei momenti bui in cui ti sembra che la vita si accanisca a tutti i costi. Quello di cucina perchè mi ero fissata con la dieta e per non fiondarmi sulla Nutella qualcosa dovevo pur fare….

Ci parli un po’ delle tue passioni?

La lettura è sicuramente la mia grande passione, che sfiora la compulsione. Da che ho memoria mi sono sempre sentita attratta dalla parola scritta e questo spiega anche la seconda passione: la scrittura. Poi adoro cucinare, polemizzare, dipingere, fare sesso, acquistare compulsivamente tazze da tè… e poi dipende. Sono una che ha passioni violente e momentanee quindi tra un mesetto o due sicuramente potrei avere una nuova, straziante passione che mi accompagnerà per qualche tempo; chi lo sa?

Quanto pensi che i commenti e le interazioni siano utili per un blogger e in che modo?

Scrivo perchè ne ho bisogno, perchè mi piace, perchè mi fa stare bene. Sono felice di poter interagire con altri blogger e con i follower, ma scriverei anche se non mi leggesse nessuno. Mi piace potermi confrontare quindi accetto ben volentieri commenti e suggerimenti….poi, al solito, faccio di testa mia.

Di cosa parli nel blog?

Di libri. Parlo, sparlo, critico ferocemente, venero senza alcuna apparente ragione, cerco di trasmettere le sensazioni che i libri mi hanno dato, concentrandomi soprattutto su un genere “Il Romance” che ho snobbato per quasi tutta la mia esistenza, prima di scoprire che non c’è nulla che mi dia più soddisfazione di perdermi in virginali elucubrazioni ottocentesche.

Hai creato un rapporto di amicizia con altri blogger? Vi siete mai conosciuti personalmente?

No, non ho mai conosciuto personalmente un altro blogger nè ho creato veri e propri rapporti di amicizia, d’altronde è ben nota la mia misantropia.

Come immagini il tuo blog tra due anni? Vorresti vederlo crescere/cambiare e in che modo?

Oddio, cambiare radicalmente no. E’ certo che cambiando io è probabile che anche il blog in qualche modo si modifichi; però piuttosto di un cambiamento radicale di contenuti e stile, opterei per l’apertura di un nuovo blog. Come peraltro ho già fatto.

La cosa che sai fare meglio?

Trovare allusioni sessuali in qualsiasi contesto, frase, lettura, sguardo…. e via dicendo.

Quanto tempo dedichi al tuo blog?

Dipende. A volte nulla mi ispira particolarmente quindi nemmeno un’ora la settimana, altre volte mi imbatto in perle di saggezza che mi scatenano l’obbligo di esprimermi e mi costringono a serate interminabili davanti al pc.

Come nascono i tuoi post?

Da scintille cerebrali. Mentre leggo, improvvisamente, mi viene in mente un intero ragionamento che abbozzo dove capita (scontrini, smartphone, compiti di inglese, biglietti da visita) poi arrivo a casa e lo sviluppo meglio. Oppure sottolineo frasi o paragrafi che mi hanno colpita e poi li rivedo mentre scrivo il post per assicurarmi di non dimenticare niente. Altre volte l’ispirazione viene al supermercato, al lavoro, mentre faccio la doccia… quando meno me l’aspetto mi salta in testa un pensiero e da lì parte tutto. Non sono il tipo che si siede davanti allo schermo bianco finchè non arriva l’ispirazione. Piuttosto non scrivo nulla.

I famigerati 10 Blog

Oddio…. trovare dieci blog con meno di 200 follower non è stato semplice (e non sono nemmeno sicurissima al 1000% che qualcuno di questi siti non li superi, nel caso sappiate che sono stati scelti in buona fede), la maggior parte di quelli che seguo con assiduità è già ben oltre. Ma ce ne sono alcuni ancora poco seguiti dal grande pubblico che secondo me meriterebbero attenzione… ecco a voi “Il Listino”

Loves Beauty & Make Up

Blog Porno – Ridicolo

Raccontilesbici

Pornoscintille

Solo per Amore

Sex.. de No’ Altri

Gerundiopresente – considerazioni in ando ed endo

Fancyhollow

We Were Junkies

Emme

C’è un po’ di tutto in questi siti e tutti riescono a darmi grosse soddisfazioni, spunti di rilfessione, momenti di folle divertimento, eccitazione, interessanti consigli per migliorare me stessa o idee originali per decorare e riciclare. Tutti, in modo completamente diverso l’uno dall’altro hanno arricchito, e continueranno a farlo, il mio delirante mondo interiore.

Su, non siate timidi…. prendete una mezz’oretta della vostra vita e andate a fargli visita.

Poschina

Atlas Shrugged – Ayn Rand

Questo è Il Libro con la “I” e la “L” maiuscole, ma io non sono qui a farne una recensione seria, controllata, noiosamente politica. No. Oggi ho deciso che ve ne parlerò in modo completamente diverso. Non cercherò di convincervi che sia un testo meraviglioso, non cercherò di farvi innamorare di Dagny, bensì vi spiegherò perchè Hank Rearden è a tutti gli effetti l’uomo del trittico di Dagny che preferisco.
Perchè vanno bene la politica, la filosofia, il rigore morale e via dicendo, ma qui, oggi, parleremo principalmente di carnazza.

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La Trama: Questo romanzo riassume l’etica oggettivista di Ayn Rand, fondata sulla difesa del capitalismo, della ragione e dell’individualismo. La vicenda della compagnia ferroviaria Taggart Transcontinental si incrocia con quella della nazione americana, la cui politica dirigista ne sta provocando il collasso. Hank Rearden, inventore di una speciale lega metallica, e Dagny Taggart, mente direttiva della Taggart, si persuadono dell’impossibilità di redimere un mondo che rifiuta la ragione quale mezzo di sopravvivenza e di progresso e decidono di aderire allo sciopero dei cervelli. Francisco D’Anconia e Ragnar Danneskjöld sposano il progetto di John Galt che vuole impedire lo sfruttamento delle menti produttive riunendole in una località inaccessibile. Ma John dovrà affrontare un’avventura che tenterà di sopraffarlo, alle prese con individui spietati che cercheranno anche di corromperlo.

Ed ora la parola alla giurata

Primo: nel resto del mondo viene venduto in un unico tomo da circa 1200 pagine. Qui in Italy, il paese del bengodi, viene venduto in 3 tomi dal costo spropositato di 16 € l’uno. Ladri di merda. Cmq. sappiate che vale ogni centesimo speso.

Spoilerone unico. Qui non si nasconde nulla….

Dagny Taggart è la donna che vorrei tanto essere. E’ bellissima, intelligentissima, ricchissima e si sbatte tre manzi che avercene. Oltretutto lei non è la classica figlia di papà che ha un sacco di soldi ed occupa una posizione di rilievo senza meritarsela, perchè da sempre si è fatta il culo lavorando fin dall’adolescenza nell’azienda di famiglia facendo i lavori peggiori.
Non gliene frega un cazzo della fama, tanto che in azienda non è il capo, anche se tutti sanno che la mente è lei e non quel coglione di suo fratello James che, per farvi capire il tipo, è il classicissimo figlio di papà inutile, stupido, ottuso e megalomane, che potrebbe avere la faccia di uno qualsiasi dei politici che occupano il nostro parlamento.

Cmq.
Il primo uomo che incontriamo nella vita di Dagny è Francisco D’Anconia, erede unico di una delle più grandi potenze del rame, bellissimo, fisicatissimo non intelligente, di più e soprattutto con il cazzo grosso. Ok, questo non è scritto da nessuna parte ma a me piace pensarla così. Fisicamente è alto, moro, carnagione olivastra, in ottima forma e non assomigia in nulla al tipico sudamericano che si vede in giro, quindi ognuno se lo immagini come meglio crede.
Francisco, o Frisco, come ama chiamarlo Dagny, è colui che si prenderà per primo lo scrigno segreto, ed essendo un libro della Rand, scordatevi parole dolci e fiorellini; al solito si tratterà dell’affermazione della propria essenza attraverso la condivisione, per certi versi piuttosto brutale, dell’atto sessuale come massima espressione dell’io e dell’appartenenza.
Degna di nota è una partita di tennis tra i due eroi ad altissimo tasso erotico, tutte le volte che la leggo mi trovo eccitata come una faina e per certi versi piacevolmente appagata.

La relazione tra i due giovani va avanti senza che sia ufficializzata fino al giorno in cui Frisco, da uomo integerrimo, eticamente inattaccabile e impossibile da non venerare, comincia a fare discorsi strani fino a diventare lentamente un donnaiolo sperperatore di soldi e rinnegare ogni principio in cui credeva.

Inutile dirvi che la risoluta Dagny lo fanculizza e sposta la sua attenzione su altro.

Contemporaneamente a questo irritante cambiamento di Cazzo Grosso Frisco, cominciano a succedere cose strane, per esempio sparisce un bel po’ di gente del mondo che conta. Businessmen di un certo peso spariscono nel nulla e Dagny comincia a trovare insopportabile la frase che permea tutto il libro “Chi è John Galt?”.

A parte tutto lei è una donna che lavora e non ha tempo per struggersi e decide di allearsi con Hank Rearden per sfruttare la nuova lega metallica miracolosa creata dal figherrimo sopra citato per usarla nella sua nuova linea ferroviaria che ha chiamato, giusto per smuovere un po’ le acque la “John Galt Line”.
Hank Rearden è un uomo integerrimo, sposato con un’arpia completamente deficiente, con una madre stronza ed un fratello parassita. Lui è il classico uomo che si è costruito intorno un bel muro alto 20000 metri impenetrabile, fatto di valori morali fondati su principi sbagliati.
Inutile dire che Dagny gli mette immediatamente gli occhi addosso e lui ancora non lo sa, ma non ha alcuno scampo.
Basta poco tempo per capire che lei lo vuole nel letto e lui capitolerà alla grande per poi insultarla pesantemente la mattina dopo a suon di “sei una sordida puttana ed è esattamente come una puttana che ti ho scopato, senza quel rispetto che invece riservo alle donne delle quali ho stima”. Per tutta risposta lei gli sghignazza in faccia perchè sa benissimo che il vero Hank non è quello controllato e freddo che tutti conoscono ma l’animale da letto che lei riesce a tirare  fuori. [Sospiro prolungato]

Iniziano una relazione e insieme partono alla ricerca del creatore di un motore miracoloso che hanno trovato per caso mentre scartabellavano in una fabbrica abbandonata. Più si avvicinano al creatore del motore, più la gente che conta scompare e Dagny non lo sopporta. Li considera dei traditori e decide di dare la caccia a colui che tira i fili delle sparizioni generando una reazione a catena di scomparse che avrebbe fatto la gioia della Sciarelli.

E proprio mentre insegue uno di questi fuggitivi prende un aereo e si schianta in un posto stranissimo che sembra non essere segnato su nessuna carta geografica. Si riprende dallo shock e la prima cosa che vede è un figo pazzesco biondo con occhi verdi che la guarda.
Echecazzo Dagny !!!! Te li prendi tutti tu? Il moro, l’espertone e il biondo? A noi donne comuni non lasci nulla?

Fatto sta che scopre di essere in questa specie di rifugio creato nientepoponimeno che dal mitico John Galt (che è il figone di turno oltre che un fottuto genio) dove le menti pensanti del mondo si sono radunate per sfuggire a leggi inique e particolarmente stupide lasciando che il mondo “fuori” vada a puttane. Qui ritrova anche il mitico Frisco che, povero lui, è convinto finalmente di poter stare con la donna che ama, la quale invece ha già messo gli occhi sul bel Galt, il quale a sua volta la stalkera da 10 fottutissimi anni e, ci sommetto la tetta sinistra, si masturba selvaggiamente sulle sue foto.

Dagny si piazza in casa di Galt, gli fa da mogliettina platonica [entrambi bruciano di desiderio ma lo reprimono] e fa chiaramente capire a Frisco che lei ha finalmente trovato l’uomo degno del suo più puro amore e tutti e tre accettano questa decisione con una calma serafica che contrasta alla grande con il mio temperamento burrascoso.

Però Dagny non può dimenticare che Hank è là fuori che la cerca e lotta ormai completamente solo contro l’imbecillità umana e decide di andare ad aiutarlo. A questa decisione segue la scoperta che Johna Galt lavora da una vita come operaio nelle ferrovie Taggart e questa mirabolante scoperta si conclude con una memorabile scopata nei sotterranei della stazione sui travertini del treno e qui parte l’applauso per la fantasia sfrenata. Posso solo immaginare il dolore fisico di scopare su quei bei sassi che stanno tra una rotaia e l’altra. E, ammettiamolo, io Dagny l’ho invidiata alla grande. Voglio anche io un uomo pronto a scoparmi ovunque.

Da qui la situazione precipita:
– Hank scopre che Dagny si è innamorata di un altro e accetta la situazione con rassegnazione perchè lui è John Galt, il genio supremo a cui tutti aspiriamo di diventare;
– Il logorroico John fa un comunicato radio di 70 pagine nette solo per dirci che A=A;
– John viene rapito;
– Frisco, Hank e Dagny lo salvano senza farsi scrupolo di uccidere esseri umani asserviti al potere;
– Il mondo come lo conosciamo noi crolla e i nostri eroi si godono lo spettacolo pregustando il momento in cui ricostruiranno un’umanità migliore.

The end.

Ma allora, se John è un genio bellissimo, intelligentissimo, che scopa alla grande…..perchè io amo Hank?
Semplice.
Hank è il più umano dei tre uomini.
Hank è l’unico che affronta davvero un percorso di consapevolezza di sè, di distruzione di principi per costruirne altri. Hank matura, cambia, lotta, si pone domande, dubita, teme. E’ umano.
Frisco e John sono esseri perfetti, che non crollano mai, che non cedono mai, che non sbagliano mai.
No.
Io un uomo perfetto non lo voglio.

Preferisco di gran lunga il complicato, cocciuto, schiavo delle convenzioni Hank e godermi con calma il suo cambiamento, il suo uscire dalla crisalide per mostrarsi finalmente farfalla.
Hank, Io Ti Amo.

In poche parole

Prendi tre meravigliosi uomini, te li scopi tutti e riesci anche a farli andare d’accordo una volta che hai fatto la tua scelta. Dagny, sei un fottuto genio.

Poschina

Gli Amanti dello Scandalo – Robin Schone

Parlare liberamente di sesso, può essere ancora considerato indecente?
Apparentemente no. Siamo circondati dal sesso, da tette e culi (rigorosamente femminili), da battute più o meno grevi, da una patina di liberazione sessuale; tuttavia, quello che è accettato in forma goliardica, non è ben visto in contesto serio.
Affrontare una conversazione sulle preferenze sessuali, su sex toys o su come ci piace che ci tormentino i capezzoli è, ancora oggi, sconveniente.
“Sono cose private” mi viene costantemente ribadito, ma io ho il sospetto che questa gente non ne parli nemmeno tra le 4 mura, che non si senta libera di dire “Voglio che mi strizzi i capezzoli” nemmeno durante il legittimato sesso coniugale. Si, insomma, ho l’impressione che oggi, 2014, la situazione non sia poi così diversa da quella dell’Immaginaria Inghilterra ottocentesca nella quale è ambientato questo romanzo.

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La Trama: Sposata a quindici anni e vedova a quarantanove, la dolce e generosa Frances Hart ha conosciuto solo i doveri di moglie e di madre, mai le gioie di essere donna. L’avvocato James Whitcox, uomo duro e severo, pur frequentando un club che discute di sessuologia non ha mai provato la vera passione. Cedendo ai piaceri della carne quando ormai riteneva che non li avrebbe mai conosciuti, Frances si trova fra le braccia di un uomo più giovane che la scandalizza, ma che la guarda e la tocca come mai nessun altro aveva fatto. E insieme giungono a una condivisione così intima e profonda che entrambi dubitavano potesse esserci tra un uomo e una donna. Travolti da una passione che li brucerà e cambierà le loro vite per sempre, avranno però un prezzo da dover pagare…

Ed ora la parola alla giurata

Avrei potuto buttare il tutto sull’ironia spinta ma più andavo avanti con la lettura, più mi sono resa conto che la definizione di Romanzo Erotico era riduttiva ed ingannevole, quindi vi tocca subire una bella recensione a base di rivendicazioni di liberazione sessuale, che è altamente probabile troviate noiosamente patetiche, ma questo è quanto. Siete comunque liberi di skippare questa sbobba ed aspettare fiduciosamente la prossima.

Della Schone avevo letto “Il Grido del Desiderio” che mi era piaciuto alquanto perchè è un libro nel quale si affronta il tema della repressione sessuale, principalmente quella femminile. E non cominciate a dire che ora le donne sono libere di fare quello che vogliono perchè tutti sappiamo che non è poi così vero. In parte perchè socialmente la donna che fa sesso per godere e non per procreare/amare è considerata una zoccola ancora oggi, e secondo perchè anni ed anni di condizionamenti culturali ci spingono ancora oggi ad autolimitarci per il timore del giudizio degli altri e, ammettiamolo senza vergogna, persino di noi stesse. Alzi la mano chi non si sente un po’ zoccola/depravata quando fa qualcosa sessualmente lontano dalla morale comune.

Appunto.
E con zoccola/depravata intendo in senso negativo, non roba tipo “scopami sono la tua zoccola” che invece andrebbe benissimo

Gli Amanti dello Scandalo parla dell’affermazione di sé tramite la conoscenza della propria sessualità. Abbiamo a che fare con due cinquantenni che hanno vissuto l’esistenza seguendo fermamente i dettami sociali con l’unico risultato di trovarsi vedovi ed infelici. Un esempio?

Per gli uomini il sesso è solo un modo per procreare, un dovere che non prevede il piacere del partner e forse nemmeno il proprio. Il sesso è un’esigenza figlia di quella parte animale di noi che va tenuta a freno. Lo fai perchè ti devi sfogare. Punto e basta.
Per le donne il sesso è un pegno da pagare per poter essere madri che, ovviamente, deve essere l’unica aspirazione di una femmina di specie umana. Il seno è per allattare, l’utero una cavità per contenere i bambini e la vagina il mezzo per poter essere ingravidate. Punto e basta.
E’ seguendo questi dettami che i nostri eroi hanno vissuto.

Lo so che ora voi pensate che sia una roba vecchia, stantia e peraltro trita e ritrita, ma io leggendo queste pagine mi sono ritrovata a riflettere moltissimo sull’argomento. Noi donne del nuovo millennio, possiamo essere considerate represse? Secondo me sì. Fin da bambine, veniamo sottoposte a pressioni esterne che ci portano a considerare la sessualità come qualcosa da vivere ma sempre con cautela, pena la perdita della rispettabilità. E lo dice una cresciuta in una famiglia progressista e non certo repressiva, tuttavia per scrollarsi di dosso migliaia di anni di condizionamenti sociali, un’educazione non repressiva non basta. Resta dentro di noi, femmine moderne e indipendenti, quella paura di essere considerate delle zoccole. Poco importa se la scienza ci dice che anche le donne si eccitano con immagini pornografiche, che l’istinto sessuale è lo stesso degli uomini e che non c’è nulla di male nella masturbazione… anzi. Lo spettro del giudizio ci attanaglia, cercando di impedirci di vivere la sessualità con la naturalezza che invece meriterebbe.

Frances si rende conto di non essersi mai considerata una donna perchè è sempre stata una moglie prima, una madre e una nonna poi. Leggendolo, nelle mie orecchie riecheggiano le parole di alcune amiche/mamme quando si affrontano argomenti sessualmente espliciti. “Io ormai sono una madre”. Qual’è allora la differenza tra la Frances di metà ottocento e la trentenne del 2014? Nessuna, purtroppo. Ancora oggi una madre non è una donna libera, bensì una donna relegata ad interpretare un ruolo. Basti pensare che le donne/madri che tengono molto al loro aspetto e alla loro sessualità vengono considerate delle pessime madri; quante volte abbiamo sentito commenti del genere: “Guarda quella, ha due figli eppure pensa sempre a truccarsi e a farsi guardare dagli uomini”.
Come se nel farsi apprezzare dagli uomini ci fosse qualcosa di male. Perchè la consapevolezza sessuale di una donna dovrebbe arrestarsi con l’arrivo di un figlio? Perchè non dovremmo abbellirci per renderci più desiderabili e più sessualmente appetibili? Cosa c’è di male? Vorrei capire. Perchè se il tizio in metropolitana mi luma rispettosamente, a me fa piacere. Come mi fa piacere accorgermi che le tette fanno ancora il loro porco lavoro e attirano lo sguardo dei maschi di turno. Mi piace l’idea di essere sessualmente appetibile eppure, quando lo ammetto, vedo nello sguardo di chi mi ascolta l’ombra del giudizio negativo. Oggi, nel 2014.

Dovrei forse fingere di non essere lusingata dall’idea di essere piacente?
Sarei più rispettabile se dicessi che fare sesso con il mio compagno è un peso?
Darei un’immagine migliore di me se sostenessi che l’unico motivo per il quale esistono le tette è l’allattamento?
Probabilmente sì.

James ha passato la vita con una donna che non conosceva, che ha sempre riempito di soldi ma alla quale non ha dato nulla di se stesso. Se ne è reso conto quando è morta; quando guardandola dentro il feretro si è accorto che per lui era una completa estranea. Non l’ha mai vista nuda, non l’ha ma abbracciata, non l’ha mai toccata. Solo meccanicamente penetrata al fine di procreare.

Triste?
Moltissimo.

Il libro parte dalla ricerca della propria sessualità, che inevitabilmente porta ad una più profonda conoscenza di sé e ad una maggior predisposizione alla condivisione di sentimenti e di vita. Frances e James sono due bellissimi personaggi peraltro delineati con grande maestria. Che poi la Schone sia una di quelle scrittrici che non si vergogna a parlare con chiarezza è solo il valore aggiunto. Lei se deve dire sperma, non si preoccupa di farlo, se parla di organi sessuali, li chiama pene, uccello, vagina, vulva… sì, insomma… niente tizzoni ardenti o roba simile [Ha una spiccata passione per le prugne ma non è cosa fastidiosa]. Qui si parla esplicitamente di sesso, di sperimentazione, di masturbazione e di sex toys. Si parla di penetrazioni vaginali e anali, di capezzoli turgidi, di desiderio e passione, il tutto senza tabù e senza vergogna. Non si parla solo di sesso, sessualità, repressione e liberazione, si parla anche di amore. Di quell’amore nato in primis dal rispetto, dalla conoscenza, dalla volontà di dare al partner e non solo di prendere. L’amore tra James e Frances è estremamente toccante perchè arriva quando entrambi pensano che sia troppo tardi e li porta a rivedere tutto quello in cui hanno sempre creduto in funzione della scoperta di una parte di se stessi che mai avrebbero pensato potesse esistere.

La Schone ci dice che il sesso è parte integrante della vita. Viverlo con naturalezza, non vergognarsi di ammettere per prima cosa di voler provare piacere, dovrebbe essere la quotidianità, non l’eccezione. Ci dice anche che nella ricerca del piacere non c’è nulla di cui vergognarsi e che non c’è proprio nulla di male nel cercarlo da soli o fuori da vincoli legali.
Prima regola di Robin Schone: Non Giudicare.
Siamo tutti d’accordo che fare sesso con una persona che si ama o con la quale si è particolarmente coinvolti dia quel plus che rende tutto più coinvolgente, ma non possiamo essere così vigliacchi dal non ammettere che a far provare piacere è il sesso in quanto tale e dipende più dalla capacità di stimolare correttamente determinate parti del corpo al fine di mettere in moto una serie di reazioni chimiche che portano all’orgasmo, piuttosto che dall’amore che proviamo per la persona con cui lo stiamo facendo [altrimenti non si spiegherebbe perche il vibratore provochi orgasmi intensi, mica è un essere senziente!!].

Provare attrazione sessuale, desiderio, pulsioni particolari, avere fantasie più o meno spinte, cercare di realizzarle, di sperimentare, di osare; sono tutte cose estremamente naturali che sono state represse per anni [per quanto riguarda la questione femminile c’è dietro un discorso politico complesso che non è il caso di affrontare in questa sede]; onestamente  non possiamo ignorare che ancora oggi, noi donne emancipate e moderne, siamo vittime delle stesse costrizioni mentali che hanno reso Frances una donna estremamente infelice.

E questo mi fa incazzare da morire.
Non sopporto che ci sia un condizionamento così radicato in noi da sopravvivere ad anni di battaglie per l’emancipazione. Mi irrito con me stessa quando mi imbarazzo nel parlare con il mio compagno di determinati argomenti (pur essendo una di quelle donne considerata sfacciata dal 99% delle persone che conosce, solo perchè non si vergogna ad ammettere di adorare sex toys e completini erotici per giochi di ruolo); mi irrito perchè è un imbarazzo senza senso, che non fa altro che allontanare da me quell’emancipazione mentale che cerco di raggiungere da una vita.

E sapete cosa mi fa imbestialire più di tutto?
Che ad emettere i giudizi peggiori, e ad avvallare i condizionamenti culturali siano soprattutto le donne, quelle donne che si sottomettono felici all’idea maschilista di una donna pudica, votata alla santità e alla maternità, perennemente controllata e adoratrice della missionaria; donne che non provano ad uscire dagli schemi, che impersonano il ruolo di madre, moglie, figlia perfetta, senza mai domandarsi davvero se preferirebbero essere considerate [anche sessualmente parlando], in modo diverso. Donne che si impongono di corripondere all’immagine della donna rispettabile, che si arrendono a non masturbarsi mai perchè è sconveniente; mi infastidisce pensare che non sappiano come preferiscono che gli si succhino i capezzoli, che si rifiutano di parlare con altre donne della loro sessualità, che si fingano scandalizzate dall’amica che ha una vita sessuale libera solo perchè in fondo temono di dover ammettere con se stesse che la vita può anche essere qualcos’altro.

Oltre alla crudezza di immagini e descrizioni, questo libro gronda amore,  rispetto, molta tristezza per quello che si è irrimediabilmente perso e gioia pura nello scoprire che non è mai troppo tardi per prendere in mano le redini della propria vita e lottare per cercare la felicità e l’affermazione del proprio io. Se vi sconvolge l’apprendere che l’affermazione di se stessi passa anche dall’esplorazione della sessualità e dalla ricerca del piacere, mi dispiace molto per le vostre vite scandite da rispettabilità e convenzioni.

E prima che partano le critiche, a parlare è una donna normalissima che vuole dei figli, che convive, lavora, si prende cura della casa, non ha scopazzato a destra e  a manca quand’era più giovane (purtroppo); una tizia che fino a qualche anno fa si imbarazzava per tutto e che un giorno ha finalmente capito che godere della sessualità liberamente le avrebbe offerto una libertà mentale impagabile e che si è sforzata di superare tabù e condizionamenti conscia del fatto che le peggiori gabbie sono quelle che ci costruiamo da soli.

In poche parole

Un libro apparentemente innocuo, che ha scatenato la bestia che vive nella mia mente.

Poschina

Poschina

Accordo a Sorpresa – Lynne Graham

E’ il primo giugno 2011, sono le 19.20, più o meno, e la giovane donna carica di aspettative, entusiasmo e progetti che avete conosciuto nel corso delle “recensioni dei ricordi”, sta morendo.
Lei ancora non lo sa, ma quando si sveglierà la mattina dopo, di corsa perchè deve indossare uno splendido abito, truccarsi, imparruccarsi e presentarsi ad un matrimonio, avrà perso completamente la bussola. Si sentirà frastornata, confusa e diversa.
Per la prima volta si troverà costretta ad indossare una maschera di tranquillità e normalità; sorriderà e si mostrerà perfettamente a suo agio per tutto il giorno.
Ora di sera, la trasformazione sarà quasi completata e venerdì 3 Giugno 2011, quando verrà svegliata dal cucciolo di beagle desideroso di giocare, allo specchio vedrà la mia immagine.
E nonostante la mia immagine non le piaccia, è con me che da quel momento dovrà scendere a compromessi, ed io non sono facile.
Io non sono malleabile.
Io sono la sua antitesi.
Ma, cosa più importante ai fini di questo blog, io leggo Harmony.

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La Trama: Cresciuto nei bassifondi di Atene, Sergios Demonides pensava che la vita non potesse riservargli alcuna sorpresa, almeno fino al giorno in cui Beatriz Blake non irrompe nel suo ufficio proponendogli un matrimonio di convenienza! Orgogliosa e indipendente, Bea è lontana anni luce dal tipo di donna che solitamente scalda le lenzuola del ricco Sergios. Lui però non ha bisogno di un ulteriore, inutile trofeo, quello che cerca adesso è ben altro. Così i due stringono un patto conveniente per entrambi: quanto conveniente però non lo immaginano nemmeno loro.

Ed ora la parola alla giurata

Gli Harmony ambientati in Grecia sono i miei preferiti. Vanno a braccetto con quelli sul tema capo/segretaria, ma nel secondo caso è una deformazione professionale e non è il caso di soffermarsi su un argomento trito e ritrito.
Quelli greci invece animano le fantasie che coltivavo nel Settembre 2010, quando stravaccata in una caletta di Koufonissi mi dedicavo al mio passatempo preferito: osservare il nudista francese decisamente dotato con il quale dividevo lo spazio angusto della spiaggetta. Ovviamente nulla era casuale. Mi alzavo alle 5 per accaparrarmi il posto. Non si dica che sono una incapace di sacrificarsi per la causa.

Già mi vedo, sposata ad un bellissimo greco (io me lo immagino tipo David Gandy, perfettamente conscia che un uomo greco di questo genere non esiste, anche perchè in due settimane in giro per le isole l’unica cosa degna di nota è stato proprio il pene del francese. I greci non hanno MAI attirato la mia attenzione), incinta al 5° mese, mentre passeggio tranquilla sulla mia isola. Certo, perchè negli Harmony ambientati in Grecia, il maschio di turno regala sempre un’isola alla sua donna. Mica cazzi !!!!

Dovete sapere che, in 999 Harmony su 1000, la donzella (ovviamente vergine) rimane incinta alla prima, del tutto casuale e in primis indesiderata, botta. Uno degli esempi più assurdi che porto a sostegno di questa tesi è quello di una tizia che fa la cameriera, viene assegnata all’ospite più importante del mondo che è un Principe di un paese sconosciuto, che noi chiameremo per praticità Stocazzilandia, il quale non resiste alla sua bellezza/avvenenza/purezza e la fa sua sul tavolo del rinfresco.
Qui si aprono i due classiconi dei classiconi:

1 – Lei per rassicurarlo gli dice “Tranquillo, non sono nei giorni giusti”. E questo, amiche, significa tassativamente una cosa: INCINTA SUBITO !!!!!!  Con i punti esclamativi a sottolinearne l’imperatività. Questo espediente serve a dimostrarci un paio di cose: la donna media degli Harmony è completamente cretina perchè non conosce nemmeno l’ABC della sua sessualità; la donna media degli Harmony è completamente cretina perchè si fa sverginare dal primo idiota che passa senza preoccuparsi di prendere alcuna precauzione.

2 – I protagonisti dei romanzi Harmony (da non confondersi con l’Uomo Harmony) sono l’esempio lampante di quanto multimilionarietà ed inettitudine vadano di pari passo. Se non affiancati dalla segretaria, dello stagista schiavo o dallo sfigato di turno, che gli consiglia di estrarre il divino pene dalla di lei vagina e riversare il prezioso liquido in altro orefizio/disperderlo nell’ambiente, questi uomini ultra trentacinquenni non sono in grado di praticare l’antico sistema del salto della quaglia e nemmeno di infilarsi un cazzosissimo profilattico. Amen.

Qui però ci siamo risparmiati la sciampista e l’impulsivo, quindi nessuna gravidanza post coito occasionale e siamo di fronte ad una vergine 24enne votata alla santità con mamma paraplegica e papà bastardo inside e il classico bellissimo, sexyssimo, ricchissimo uomo che si è fatto da sè, o quasi.

Lei viene data in sposa al bel greco per permettere alla madre di continuare ad usufruire del mantenimento che il padre bastardo le passa ogni mese, mentre il belloccio ricaverà da questo accordo una moglie voluttuosa che farà da madre ai 3 bambini che ha ereditato dopo la morte del cugino o roba simile. Uno dei bimbi ha anche problemi all’udito, il che aggiunge quel tocco di pietismo che evidentemente mancava nonostante la madre in carrozzella.

Lui è maschilista e dispotico. Della serie: “Come minchia ti conci, ora ti mando il mio stylist – Io avrò l’amante, anzi più di una ma tu no – Così conciata in giro non ti porto che mi fai fare la figura del pezzente – Io sono stronzo, dispotico, fedifrago e odio i bambini, deal with it”. E lei non fa una piega. Ripeto: Lei Non Fa Una Piega. Atroce.
Alla fine ovviamente lei si adatta senza alcuna fatica alla vita da multimilionaria, si rifà trucco e parrucco e sfrutta i di lui soldi fino allo stremo.

Intanto il buon Sergios si è accorto che la verginella Beatriz è sessualmente attraente e decide di provarci.
Cerca di sedurla in ogni modo ma lei, stoicamente, resiste perchè il sesso è una roba orribile che complica le cose e lei proprio non capisce come mai il resto del mondo invece scopazza costantemente come se non ci fosse un domani e passa il tempo tra multiorgasmi e cock rings.
Nonostante questa ingiustificata avversione per il sesso, ogni volta che lui le infila 2 metri di lingua in bocca lei sente uno strano “liquidore” all’inguine e lui, che ha passato la vita scopando a destra e a sinistra, una sera decide di approfittare della situazione e la scapezzola finchè lei non si dimena sul suo ovviamente granitico uccello fino ad avere il suo primo, indimenticabile e generatore di dipendenza, orgasmo.
Da qui a scopare come facoceri il passo è breve e infatti nel giro di cinque pagine la fa sua.

A questo punto siamo più o meno a metà libro.
Seguono una serie di malintesi, la Queen Bee di turno (la ex amante di lui figherrima, magrerrima, sexerrima e perfiderrima), il BM, confessioni sulle tristi e patetiche storie del passato di lei e sulle tristi ed in teoria drammatiche storie di lui.
Il problema è che i protagonisti hanno un passato talmente al limite del reale da risultare pateticamente fasullo, il che lo rende perfetto per un Harmony. Non esiste infatti Harmony senza storie tristi e patetiche, non esiste Harmony senza madri paraplegiche, sorelle bisognose di cure, morti tragiche, crolli economici, bambini abbandonati.

Sullo sfondo di queste vicende femminilmente appassionanti, la Grecia che non si vede, non si sente, non si immagina. A parte infatti una misera descrizione del paesaggio, non si respira affatto l’atmosfera di questo meraviglioso Paese. Anche questa superficialità ambientale è fondamentale per Harmony. Infatti potrebbe essere ambientato a Casalpusterlengo che non cambierebbe una sega. Perchè quello che conta è l’impasto della storia, il resto è puro cartonato atto a riempire le cinque/dieci pagine che avanzano una volta sviscerati tutti i clichè.

Dopo una serie di peripezie che non sto qui a specificare in quanto assolutamente inutili, i due piccioncini arrivano allo scontro finale, nel quale prima si insultano, poi si dichiarano eterno Ammmmoooooreeeee e copulano copiosamente. No. Non aspettatevi le descrizioni accurate che trovate nella serie Hot Passion o roba simile, qui siamo negli Harmony collezione, che devono andare bene per l’educanda in convento e per la donna manager che gestisce una Start-up con sede in Piazza Duomo. Qui è tutto un alludere senza mai dire. In pratica ti sventola la porcata in faccia ma non te la fa prendere. Anche questo fa parte del suo fascino. Non ho ancora ben capito come mai, ma funziona.

Non manca, strano a dirsi, l’epilogo nel quale ci viene sottolineato come la famiglia si stia allargando, senza dimenticarsi le millemila sfumature di stucchevolezza che accompagnano la lieta novella.
Ma il mielismo sfrenato, in questo caso, ci sta.
Cosa sarebbe un Harmony se non assicurasse a noi lettrici bisognose di certezze, un patetico lieto fine?

Voi vi chiederete come mai le donne come me, ossia mediamente intelligenti, mediamente colte, apparentemente normali, comprino questo genere di lettura: basic, priva di pretese culturali, popolare.
Ve lo spiega Zia Poschina.

Da bambine ci infarciscono la testa con le fiabe, che raccontano (o meglio raccontavano quelle che leggevo io negli anni ’80) di pulzelle buone di cuore che impalmano bellissimi principi e che vivranno felici e contente circondate da schiere di servitori adoranti dopo essersi sposate con una cerimonia fantasmagorica e aver generato una decina di eredi, giusto per stare sicuri che il regno rimanga nelle mani giuste.
Poi però la vita ci piomba addosso e noi restiamo basite nello scoprire che, sì…beh…insomma…, non è che poi la fiaba si avveri proprio per tutte.

E allora, come contrastare la vita?
Come cercare di riassaporare quella sensazione di sicurezza e appagamento che si provava quando il principe baciava la bella addormentata e se la portava via per regalarle una vita da sogno?
Come riuscire a conciliare le pallonate in faccia con la nostra vena romantica e sognatrice, che nonostante tutto, resiste alle sollecitazioni esterne?

Ma con Harmony ovviamente.
Harmony non mente.
Harmony ti promette poche seghe mentali e tanto irreale romanticismo.
Harmony ti permette di chiuederti per 120 pagine in un mondo che non esiste, assurdo, esagerato, falso, classista, filo maschilista, patetico, stucchevole ed incredibilmente terapeutico.
Che poi è esattamente quello che ci vuole quando si ha bisogno di evadere, di staccare un cervello ferocemente concentrato sui problemi, per dargli almeno un paio d’ore di respiro, prima di tornare a massacrarsi con la vita reale.

Poi lo so che voi fate i fighi/le fighe di legno quando sentite pronunciare la parola Harmony ma se potessi frugare nelle vostre librerire sia elettroniche che cartacee scommetto che ci troverei ciofecate innominabili.
Gli Harmony sono un guilty pleasure al quale non ho alcuna intenzione di rinunciare, quantomeno fino a quando non troverò un altro perverso sistema per annebbiarmi i sensi.

In poche parole

Uomini greci che non esistono in Grecia.

Poschina