Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas (Padre)

Non ho più quattordici anni da un paio d’anni. Ho scoperto che colorarmi i capelli mi rende, per qualche oscura ragione, felice e mi lancio in sperimentazioni azzardate che oscillano tra il fuxia e il verde. Ho abbellito la mia narice sinistra con un piccolo orecchino ( a tutti voi cazzoni boriosi che mi avete detto  “Vedrai che ti stufi… poi cosa fai a 30 con l’orecchino al naso… è ridicolo”, l’orecchino è ancora lì mentre voi siete scomparsi dalla mia vita. Un caso?), rifletto su un eventuale tatuaggio e sul piercing alla lingua. Passo il week-end tra fiera di Sinigaglia (in darsena) e parco sempione. Indosso bellissime gonne lunghe, sono quasi sempre accigliata/incazzata/polemica e sono costantemente innamorata di qualcuno che non mi caga di pezza ma che si accorgerà di me appena io mi stancherò di stalkerare lui. Provo una strana attrazione per un tizio che fa il mio liceo. Siamo “amici” ma non è cosa. Non ci prova. Peccato. Io sono ancora troppo timida per scofanare una tetta davanti al suo naso giusto per rendere palese la mia semi-attrazione.

Un sabato pomeriggio passo per le librerie Remainders in Paolo Sarpi e mi cade l’occhio su questa copertina:

conte montecristo

Apro una pagina a caso e leggo due righe – “Dunque capirete che, non essendo di alcun paese, non chiedo protezione ad alcun governo; non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non può arrestarmi né paralizzarmi alcuna sorta di scrupoli che arrestano i potenti o di ostacoli che paralizzano i deboli. Io non ho che due avversari, non dirò due vincitori, perché li sottometto con la tenacia: la distanza e il tempo.” – ovviamente la frase che ho casualmente letto non era precisamente questa ma la conseguenza della veloce lettura è  l’acquisto immediato dei 2 kg di libro. In quel momento ancora non lo sapevo, ma stavo per innamorarmi follemente.

La Trama: Vittima delle insidiose trame di due acerrimi rivali e di un ambizioso magistrato senza scrupoli, il giovane ufficiale di marina Edmond Dantès viene arrestato a Marsiglia il giorno stesso del suo matrimonio e rinchiuso per quattordici interminabili anni nel tenebroso castello d’If. Qui incontra l’anziano abate Faria, che gli offrirà l’occasione per una fuga avventurosa e gli permetterà di impossessarsi di un prezioso tesoro. Divenuto ricchissimo, Dantès – che ha ormai assunto il romantico titolo di conte di Montecristo – può infine portare a termine la sua tremenda vendetta.

Ed ora la parola alla giurata

Sinceramente a me Edmond Dantes non piaceva poi tanto. E’ il classico bravo ragazzo. Lavoratore, Integerrimo, Innamorato, Puro di Cuore. Ok, è bellissimo. Viene descritto come un giovane diciannovenne con capelli e occhi scuri, labbra piene e corpo statuario (l’ultima caratteristica l’ho aggiunta io ma ci sta benissimo). Oltre ad essere buono, schifosamente felice, ostentatore seriale di tutto ciò che gli va bene, è anche di un’ingenuità imbarazzante. Dominato da un senso dell’onore a dir poco esagerato, non si accorge nemmeno che il resto del mondo è scafato e meschino, si fida di tutti e, in pratica, si prepara il cappio da solo, lo fissa al muro, se lo infila al collo e si lancia giù dalla finestra. A causa della sua insopportabile gioia urlata ai quattro venti, non fatica a tirarsi dietro invidie, ire, antipatie. E infatti tre stronzi, uno per invidia, uno per arrivismo ed uno semplicemente per idiozia, decidono di togliergli per sempre il sorriso dalla faccia e lo fanno passare per un nostalgico di Napoleone, condannandolo alla detenzione nel famigerato castello d’If.

Grazie. Sentitissimi ringraziamenti a Fernand, Danglars, Caderousse e beh sì, anche a Villefort. Grazie per aver trasformato un giovane ingenuo felice in una oscura bestia assetata di sangue ed aver creato il personaggio maschile più affascinante, spietato, sensuale, machiavellico, erotico che sia mai esistito.

Nella prigione del Castello d’If, Edmond ci passa quei 14 anni che lo cambiano leggermente. A contribuire a questa trasformazione impressionante (in senso positivo) ci pensa il suo vicino di cella. Tale Abate Faria, un erudito particolarmente sveglio che si fa raccontare da Edmond come mai è finito in carcere e lo aiuta a vedere quello che anche mio nipote di un anno avrebbe visto, ossia che qualcuno (Danglars, Fernand e Caderousse prima e Villefort dopo) ha complottato contro di lui per toglierlo di mezzo. Faria, dopo  essersi sollazzato con questo enigma di facile soluzione, si accorge osservando l’espressione di Edmond, di aver generato un mostro e un po’ si pente. Io no. Io ho tatuato sulla tetta sinistra “Abate Faria ti amo”.
Cmq; il vecchio alla fine schiatta di morte naturale, Edmond si sostituisce al cadavere e viene seppellito nel cimitero del castello, ossia il mare burrascoso e gelido. Nonostante tutto si salva e viene raccattato da alcuni contrabbandieri, aspetta pazientemente di avere l’occasione di approdare sull’Isola di Montecristo per appropriarsi dell’immenso tesoro che Faria ha sostenuto trovarsi sull’isola, e comincia a pianificare il futuro.

Edmond ha 33 anni, è disilluso, ferito, assetato di vendetta e fottutissimamente ricco.

Da questo momento in poi succede di tutto.
Travestimenti  assolutamente improbabili.
Rocamboleschi raggiri.
Impossibili conoscenze trasversali di tutte le personalità che contano nel mondo.
Accumulo inspiegabile di fondi infiniti.
Conoscenze in ogni campo, dalla biochimica all’astronomia, all’informatica.

Il fatto che quanto scritto sopra sia oggettivamente impossibile, non toglie nulla, ma anzi aggiunge, ad un libro che ha nella trama e nella fluidità con cui è sviscerata, la sua carta vincente. Tutto è ammesso. Tutto è credibile. Tutto è possibile al Conte di Montecristo.

Partendo da questo presupposto non resta altro che prendere la mano che il Conte ci tende e lasciarsi trasportare dalla sua sete di vendetta in cima alle più alte vette di spietatezza. Ci facciamo cullare dalla consapevolezza che chi ha peccato pagherà a caro prezzo e ci godiamo ogni piccolo successo del Conte, ogni punto segnato, ogni fottuta tacca sulla canna del fucile.

Tutti si fanno fregare da lui.
Avidi, Egoisti, Megalomani, Disperati, Sfigati.
Indipendentemente dalla categoria a cui appartengono, si lasciano imbambolare dal Conte e finiscono inesorabilmente imprigionati in una ragnatela che potrà portarli solamente ad una conclusione: la morte.
Ovviamente solo dopo lo sputtanamento globale.

Certo, sarebbe troppo semplice piantargli una coltellata nella schiena.
Troppo facile.
Troppo dignitoso.
No, prima li rovina, li sputtana, li svergogna, gli toglie ogni dignità, poi li ammazza.

Una sola persona lo riconosce immediatamente, peraltro in una scena meravigliosa che ci mostra come un piccolo gesto possa avere una montagna di significati.
Mercedes.
Solo lei, che effettivamente lo amava di quell’amore puro e disinteressato che ha fatto la fortuna di gente come la Kleypas, è stata in grado di vedere in quell’uomo pallido, segnato dalla vita e sublimamente affascinante, quel che resta dell’uomo che ha sempre amato, che ama e che amerà. Quel giovane che un giorno è stato incarcerato e dichiarato morto.
Quel giovane che non è mai riuscita a dimenticare.

“Edmondo” disse “voi non ucciderete mio figlio!”
Il conte fece un passo indietro, gettò un debole grido, e lasciò cadere l’arma di mano.
“Che nome avete pronunciato, sgnora Morcef!…”
“Il vostro” gridò lei gettando il velo, “il vostro che, solo io forse, non ho dimenticato mai! Edmondo, non è la signora Morcef che viene da voi, è Mercedes!…”
“Mercedes è morta, signora” disse Montecristo “ed io non conosco più nessuno che porti questo nome.”
” Mercedes vive, signore, e Mercedes vi ricorda, poiché lei sola vi ha riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi, alla sola voce, Edmondo, al solo accento della vostra voce…

Nemmeno l’amore di Mercedes però, sarà in grado di fermare la furia vendicativa del Conte. Anzi, in uno dei pochissimi momenti di debolezza, proprio di fronte a quella donna che è stata l’Amore della sua vita, dovrà ricorrere al ricordo dell’odio passato, per non farsi sopraffare da idee malsane quali il perdono e la pietà.

“E il conte di Montecristo, temendo di cedere alle lacrime di colei che aveva amato tanto, chiamava in aiuto del suo odio il passato…”

E’ probabile che qualcuno di voi non l’abbia letto, o si sia perso una delle millemila versioni cinematografiche. Grave errore. Gravissimo errore.
Il Conte di Montecristo è a tutti gli effetti quell’Angelo vendicatore degli oppressi che anche noi vorremmo essere più o meno quotidianamente. Incarna il sogno proibito di una vendetta spietata, amata, compagna di vita. Stimola le nostre menti fino a spingerle sulla strada del non ritorno, obnubilate da una personalità sfaccettata e interessante, dominata sì da una sete di vendetta, ma anche da una profonda riconoscenza per coloro che si sono schierati dalla parte del giusto, del debole, della vittima.
Sfido chiunque a non innamorarsi di Edmond e a non parteggiare schifosamente per la sua causa.
Eliminando quelle che sono le assurde costrizioni morali che governano le nostre vite, ci ritroviamo a concepire e fare nostra la vendetta intesa non tanto come punizione, ma come ovvia conseguenza di determinate azioni.
Un’idea che ha ossessionato il mio cervello di sedicenne, cambiando completamente e definitivamente il mio personalissimo modo di concepire l’intero universo.

Nonostante sia un essere dominato dalla sete di vendetta, dentro il Conte si nasconde ancora il giovane Edmond, e ne diveniamo consapevoli quando, dopo aver raggiunto il suo agognato scopo, si permette di sperare in una nuova vita, finalmente libera dal passato, in compagnia della bellissima e dolcissima Haydèe. Lei si considera solo una schiava, mentre il Conte la vede come sua futura compagna. Su una cosa non abbiamo alcun dubbio. Lei lo adora e saranno eternamente felici.

“Ti ricordi di tuo padre, Haydèe?”
“Egli è qui, e qui” disse lei, mettendo la mano sul cuore e sugli occhi.
“Ed io dove sono?” domandò sorridendo Montecristo.
“Tu?” Disse lei.
“Tu sei dappertutto”

Non so voi, ma io mi sono nuovamente, follemente e disperatamente innamorata di quest’uomo. Ha un posto speciale nel mio cuore di lettrice e nessuno ancora è riuscito a scalzarlo. Nessun libertino, dissoluto, bastardo scopatore seriale con il cazzo grosso è riuscito anche solo a minacciare il posto di riguardo che il Conte si è guadagnato nel cuore di una allora sedicenne testarda, appassionata, fiduciosa e spietata.

Leggetelo, amatelo, conservatelo.

In poche parole

“Soltanto colui che provò le più grandi sventure è atto a godere le più grandi felicità”.

Poschina

P.s: Umberto Eco in merito a questo romanzo ha scritto. “Il Conte di Montecristo è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d’altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature.”

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2 thoughts on “Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas (Padre)

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