Il Sogno della Bella Addormentata – Luca Centi

Eccomi di nuovo qui a spiegare che per me l’acquisto di un libro spesso è frutto di compulsioni momentanee e assolutamente illogiche. Infatti, anche questa volta, la scelta è stata dettata dall’aver considerato la copertina particolarmente figa. E vi sfido a darmi torto.

addormentataCosa posso dire a mia discolpa? Niente… quando vedo un vestito svolazzante io perdo completamente l’io razionale e sbarello alla grande.

La Trama: Nella Londra di fine Ottocento, Talia si muove silenziosa come un gatto e scaltra come una volpe. È molto giovane e molto bella, il che è un indubbio vantaggio nell’esercizio della sua professione, la ladra. Talia però non ruba di tutto, si impossessa solo di quello che la porta più vicino alla soluzione del mistero che avvolge la sua vita. La scomparsa di suo padre. La risposta che troverà, però, fra nebbie e vapori, ingranaggi e corsetti, sarà una scoperta tanto sconvolgente quanto raccapricciante.

Ed ora la parola alla giurata

Ho finito il libro stamattina e fatico a trovare le parole per descrivere quello che penso e provo.

Da una parte ritengo che più che un romanzo vero e proprio, possa definirsi un canovaccio sul quale, con molta pazienza e tantissimo impegno, si debba lavorare ancora molto per sviscerare tutte le potenzialità in esso contenute.

Dall’altra mi chiedo se non sia la mia mania di leggere romanzi lunghissimi, infiniti, che sviscerano ogni emozione, pensiero, anfratto dei personaggi fino a farmeli amare incondizionatamente, siano essi dei fottuti bastardi o delle pulzelle piene d’amore.

Il libro non è scritto male, a mio parere la scrittura è un po’ troppo sbrigativa, priva di spessore e la lettura risulta fin troppo veloce. I personaggi però sono interessanti. E il fatto che riescano a risultare interessanti anche se non si è perso poi molto tempo per approfondirli mi fa intuire che la stoffa, l’autore, ce l’ha. Manca di esperienza? E’ una scelta stilistica per non dilungarsi troppo? Non saprei. So solo che alla fine ho avvertito un senso di incompletezza che ancora non mi abbandona.

Il punto è che all’inizio non si sa nulla, alla fine si sa tutto ma è come se non si sapesse niente.

Talia è una ragazza caparbia, intelligente, anticonformista. Impegnata ad esaudire l’ultimo desiderio del padre inventore, ossia riunire i 7 peccati da lui creati e disfarsene. Per fare ciò Talia è disposta a tutto, accompagnata dal fedele cocchiere Archie e dall’adorata domestica Vivienne, vive isolata dal resto del mondo e rifugge la vita sociale fatta principalmente di immagine a discapito della sostanza.

Donna di scienza, ripudia la fede, la magia, e qualsiasi altra filosofia che trovi conforto nell’occulto.

Intorno a lei un anziano tutore amorevole ma ambiguo, una vecchia conoscenza del padre che si nasconde dietro un paio di occhiali scuri, un misterioso affascinante ragazzo che si ritrova sempre tra i piedi e una ricca lady estremamente potente nel mondo del ton.

Poi Scotland Yard, un’antica setta con appoggi altolocati, la crisi dell’Impero prima dell’incoronazione della Regina Vittoria, forze speciali al servizio della polizia….

Insomma c’è tutto, c’è troppo e in fondo non c’è niente.
Di tutte questi argomenti si sfiora solo la superficie. Per non parlare dei temi etici di un certo peso che vengono accennati ma mai approfonditi e parlo di roba tipo anima – morte – eutanasia – immortalità – religione – scienza.
Ci siamo capiti.

Quando il mistero dei sette peccati viene svelato (se siete attenti nella lettura più o meno al 60 % del libro avete capito quello che c’è da capire), pur cogliendo la drammaticità del momento e commuovendosi di fronte ad una ragazza che, senza alcuna colpa, vede il suo mondo implodere fino a soffocarla, mi sono trovata a chiedermi come in effetti si fossero svolti gli eventi appena narrati.

Ancora mi chiedo, non posso essere più specifica perchè si rischiano spoiler pesanti, come abbia fatto il padre di Talia a realizzare il suo piano senza che l’uomo dagli occhiali scuri si accorgesse di nulla…  e poi, una volta scoperto il misfatto, perchè non ha fatto niente per pretendere ciò che gli era dovuto?

Non si sa. Come non si sa nulla della Setta misteriosa, chi erano? Come sono nati? Che ideali perseguivano? Boh. Non si sa nulla nemmeno dell’uomo dagli occhiali scuri. Ok, conosceva il padre di Talia, mi fa una tenerezza infinita, ma poi sparisce così? Senza nemmeno un grazie? Cazzo, Talia che colpe aveva? Per non parlare di Nicholas. Arriva, interagisce, ama e poi? Basta.

Io avrei lasciato perdere il complottismo politico, le eccessive riflessioni non approfondite su fede e scienza e mi sarei concentrata su Talia, sulla splendida filastrocca e sul senso di “non appartenenza” che la tormenta. Anche perchè i momenti migliori del libro sono i dialoghi e la rivelazione del mistero. Il prendere coscienza di essere il Peccato Originale. Una consapevolezza che viene risolta in due pagine senza il minimo accenno ad un’analisi interiore.

Il finale è triste? Sì. Decisamente. Ma non poteva essere altrimenti. Non poteva che finire così.

Leggendo quello che ho scritto può sembrare che il libro non mi sia piaciuto, ma non è così. L’amaro in bocca è dovuto alla consapevolezza di trovarmi di fronte ad un’occasione persa. Eliminando alcuni elementi e sviluppandone altri, sarei riuscita ad apprezzare meglio una storia originale, per certi versi coraggiosa e mi sarei sicuramente affezionata ai personaggi, che anche così, con una psicologia appena accennata, sono interessanti e stimolanti.

I migliori in assoluto sono Archie e Vivienne. L’autore è riuscito a caratterizzarli benissimo in poche righe e i loro battibecchi sono divertenti e brillanti.

In poche parole

Il Primo Peccato è sempre il più grave.

Poschina

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