Capitan Swing – Nina Pennacchi

Che abbia avuto torto o ragione non cambia nulla all’orrore della sua situazione: per tutta la vita non ha fatto che subire, in mezzo a recriminazioni continue gli amplessi coniugali, la maternità, la solitudine, il modo di vivere che il marito le imponeva. […] non aveva alcuna ragione positiva di far tacere i suoi sentimenti di rivolta e nessun mezzo efficace per esprimerli.” – S. De Beauvoir – Il Secondo Sesso – 1961

Swing

La Trama: Tisbury, 1830. Chi è Capitan Swing, misterioso eroe che guida la rivolta dei contadini nelle campagne inglesi? Chiamato a riportare l’ordine in Wiltshire, il comandante Adam Cartwright non ha dubbi: Swing è nemico della legge, e come tale suo nemico…

Capitan Swing mantiene sempre le sue promesse. E quando giura a Rebecca Arlington che dopo la rivolta la porterà via con sé, ha tutte le intenzioni di farlo. Rebecca aspetta da anni quel momento, e niente e nessuno potrà impedirle di fuggire con lui… niente e nessuno, tranne il comandante dei dragoni arrivato a Tisbury proprio per arrestare il suo capitano.

Ed ora la parola alla giurata

Chi mi conosce sa perfettamente quanto io possa diventare mortalmente tediosa e caparbiamente combattiva se si affronta seriamente il tema della “condizione femminile”. Non ho intenzione scriverne ora ma non si può, leggendo Capitan Swing, non fare le opportune riflessione in merito. Siamo nell’Ottocento, ancora un periodo non buio, ma semplicemente mortale per il genere femminile. E la condizione di Rebecca è la chiave di lettura per comprendere questo romanzo.

Romanzo che parla principalmente di fiducia. La Fiducia, con la F maiuscola. Che poi è una delle parole più interessanti che esistano e forse in una relazione è ancora più importante del blasonatissimo Amore. Secondo voi può l’amore colmare l’assenza di fiducia?
Per me no.

Rebecca ha avuto la straordinaria capacità di fare costantemente delle scelte che si sono rivelate disastrose per tutti coloro che le stavano vicino, oltre che per se stessa. Rebecca è il risultato di un’educazione violenta, repressiva, fatta di minacce e botte, dalla mania di controllo del padre, perchè quella figlia che non desiderava, inutile, testarda, ribelle, ostinata, è un peso insormontabile e deve essere domata per trasformarsi nella più placida delle dame.

Paul è figlio del popolo e quando incontra per la prima volta Rebecca la disprezza per la sua ricchezza, tuttavia si instaura tra i giovanissimi ragazzi un legame di amicizia, rispetto e fiducia reciproca, che lentamente negli anni si trasforma in qualcosa che va oltre e che somiglia in modo piuttosto evidente, all’amore. Ed anche negli anni in cui sono tenuti lontani l’uno dall’altra, continuano in segreto a comunicare e a cercare un modo per fuggire insieme.

Ma.

Conoscendo i pensieri di Rebecca, non possiamo non notare come lei insista su un punto: “I baci sono arrivati a complicare tutto”.
Dovrebbe essere sufficiente per farci capire che forse, Rebecca non ama Paul. Forse, semplicemente, ha bisogno di crederlo perchè lui le promette la salvezza, la tanto agognata liberazione da una vita senza la possibilità di scelta.

Diventiamo ancora più consapevoli di questa mancanza di amore nel momento in cui, dopo che il Comandante Cartwright – Adam -, ruba un bacio a Rebecca lei, invece di confessarlo a Paul, mente.

Ecco il primo, grande tradimento.
Il primo dei tanti.
Non ha motivo di tacere Rebecca, anzi. Potrebbe benissimo dire la verità, ossia che ha dovuto sottostare al bacio con la speranza che il Comandante non la consegnasse al padre. Invece Rebecca tace.
Tace e comincia a non sentirsi proprio a suo agio tra le braccia di Paul.
E’ in questo preciso momento che la coppia Rebecca/Paul cessa di esistere.
Se la ragazza non fosse costretta ad una vita insostenibile, non sarebbe così convinta di amare Paul. Se non fosse maltrattata costantemente dal padre, avrebbe semplicemente preso atto della fine di un sentimento, invece continua a crederci perchè il bisogno di sentirsi libera va oltre qualsiasi logica.

Il Secondo grandissimo ed imperdonabile tradimento, viene perpetrato nei confronti di Adam. Ed è il tradimento che persino io ho trovato inaccettabile. Noi conosciamo Adam, sappiamo che per lui le regole, la gerarchia, il rispetto dell’ordine sono fondamentali. Si trincera dietro una freddezza impenetrabile perchè dentro di lui un fuoco costante brucia. Sappiamo anche perchè, e lo capiamo. Capiamo la sua sete di vendetta nei confronti di una protesta che lui vede come unica fonte di tutte le sue infelicità e frustrazioni. Ed ora, che grazie a dio non ho più quindici anni, posso apprezzare la lucida freddezza con la quale Adam analizza la dinamica delle rivolte durante le quali il confine tra oppresso e oppressore è spesso così labile dall’essere invisibile. Cominci combattendo una “guerra giusta” e finisci ammazzando esattamente come fa il tuo oppressore.

Il tradimento di Rebecca arriva in un momento chiave, quello in cui Adam si mostra vulnerabile, umano, vero. Non possiamo stupirci se dopo quello che è successo e il modo in cui è stato trattato, il suo livello di fiducia nei confronti di Rebecca crolli a livello zero nel giro di mezz’ora. Onestamente io l’avrei ammazzata.
Ed è perfettamente comprensibile che da quel momento in poi lui decida di non ascoltarla, di non darle modo di spiegarsi e si convinca sempre di più che tra lei e Paul ci sia un sentimento profondo.

Gli altri tradimenti di cui parlo (si tratta sempre di tradimenti di fiducia) sono le omissioni, il non detto, il taciuto. Più si tace, più si nasconde, e più il sospetto si insinua, trova terreno fertile per prosperare.

La liberazione dal demone del sospetto e della sfiducia arriva alla fine, quando sembra che tutto sia ormai perduto e assodato. Arriva quasi per caso, durante la confessione di Mary. Quel “l’ha deciso Paul all’ultimo minuto” significa solo una cosa: questa volta Rebecca è innocente. Rebecca non ha mentito (non del tutto e cmq. non per le ragioni che credeva Adam). Rebecca non l’ha tradito.

E fondamentale è quello che succede dopo, quando ormai le carte in tavola ci sono tutte, quando si tratta solo, per una fottutissima volta, di fare la scelta giusta, di fare un unico faticoso, disperato, doloroso gesto di assenso per concedere, almeno questa volta, la fiducia.

Capitan Swing parla di libertà e prigione. Prigione che è sì reale, ma anche e soprattutto figurativa e sta tutta nell’incapacità di fare la scelta giusta, di dimostrare la propria forza. Spesso e volentieri, nella vita vera, significa prendere una decisione che va contro quello che siamo, quello in cui crediamo e quello per cui lottiamo. Significa crescere e comprendere che ci sono cose più importanti delle proprie convinzioni e che spesso, fare un passo indietro, può significare aprirsi la strada per farne cento in avanti.

Capitan Swing, come Lemonade, è un pugno nello stomaco perchè è vero, doloroso, realistico e poco consolatorio. Nella vita c’è chi vince e chi perde, ma spesso è tutto molto più complicato di così. Ma c’è una cosa che la Pennacchi ci dice chiaro e tondo in entrambi i romanzi. Nonostante tutto, nonostante a volte si tocchi il fondo, si scavi e poi si trivelli, ad un certo punto si può sempre scegliere di cercare di cambiare, perchè a volte; solo a volte, ne vale davvero la pena.

In poche parole

“…non si trasforma la propria vita senza trasformare se stessi.” S. De Beauvoir

Poschina

p.s. Ho inserito un paio di citazioni di Simone solo perchè ritengo che sia molto bello sognare un passato pieno di donne indipendenti, orgogliose e rispettate, ma che sia fondamentale ricordarsi che la realtà è un’altra cosa e che non è il caso di voltare la faccia quando ce la troviamo davanti.

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3 thoughts on “Capitan Swing – Nina Pennacchi

  1. Pingback: Il Listone – Maggio 2014 | La Leggivora

  2. bella, bella, bella recensione.
    Alla seconda lettura direi che questo romanzo mi è piaciuto anche più di Lemonade, sarà per la figura di Adam che viene presentato come uomo “normale” (per i suoi tempi) e per la storia che si sviluppa sia sul piano privato che su quello pubblico. Tra l’altro ho apprezzato il fatto che l’autrice, pur descrivendo una lotta di classe, ha saputo evitare di esprimere un giudizio ma usando come filtro il “personale” è riuscita a veicolare il “politico” e a mostrare quanto la violenza alla fine non abbia colore.
    E poi la scrittura della Pennacchi è assolutamente unica.

    Mi piace

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